UGO TANTE STORIE - Ugo Brusaporco | Verona

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UGO TANTE STORIE

 
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I MORTI                                                                                           PDF

prologo

Viaggiavo
nel giorno
della notte
più profonda
Inutile
cercare
qualcuno
un segnale
un' idea
Altra
era
la storia
raccontata
...
da raccontare
Sognavo
un modo
diverso
di essere
morto
Cancellavo
le parole
da un vocabolario
che conosceva
la parola
"fine"
E
...
fuggivo
dalla mia ombra
pauroso
di niente
...
Sussurro
veloce
d'incanto
antico
M'apparì
M'apparì
Senza
poter
comprendere
Segno
profondo
ed
oscuro
Sfinito
dentro
cercando
un 'eppure
........
eppure
...
ero
...
io

i volti

Correndo
...
inseguendo
spersi volti
gridando
aiuto...sono vivo!
Io
conto
i domani
che non ho
più
...
più
inutili
di una parola
inutile
di un pensiero
Inutili
tu
...
io
...
incapaci di essere noi
Noi ….
senza fine
Eppure …
le nostre storie
sempre
interrotte  …
dal fato ….
Fato chi?
...
Dal destino
in cui non credo
Da Dio
espulso dal mondo
per aver fatto uccidere il figlio
Volti
di gente persa
Soli
a dar senso
al sole
Ombre
innumerevoli
da contare
per statistiche
che di celeste
hanno solo le camicie
Fermi!
Ora!
Ad aspettare
un grido
almeno
Almeno un grido
Non c'è sapienza
in un volto
vuoto
di vita
Neppure
la sapienza
del morire

Mario

Inseguo
il tuo cercare
la morte
E sei già morto
Senza nasconderti
ragioni
di follie
senza
più
paure
Niente
più
fughe
Immensa
sincerità del mentire
quotidiano
allo specchio
che ti
canta vita
ma non bellezza
non domani
non oggi
Neppure
un'ora
di quelle rubate al sonno
sarà restituita
da un sogno
o
da un incubo
solo
la sopravvivenza
è l'amaro calice
cui anche Dio
rinunciò
Volevi deserti
e
sabbia
e mute realtà
in cui seppellirti
ti hanno donato
medicine
per dimenticarti
e le tue urla
non si confondono
che con i latrati
dei cani
nelle notti
invise alla luna
e alle stelle.
Non ti resta
che camminare
portandoti
insieme
al peso della vita
quello del non poter morire
ancora

Donata

... e passi il tempo
a ricordare
l'amore voluto
l'amore sprecato
Il tanto amore dato
il troppo amore sbagliato
ed i sogni fragili
cui avvincersi
per dire
ho sognato
E camminando
per le strade
di una vita voluta
nonostante
gli uomini
che l' hanno calpestata
sentirsi dentro
distrutta
ed insieme fiera
di non essere mai
sopravvissuta

Dimi

Quanto son larghe
le strade
di cui misuri
le pareti
senza sosta
incurante delle auto
delle moto
delle biciclette
di un mondo che cammina e corre
incurante tu
di quella vita
che ti sta stretta
che ti pesa
troppo
Non ora
....
ubriaco per gli altri
finalmente in pace con te
Con  te che non senti più nulla
non le trombe impazzite
di chi frena
e non sa
quanto vorresti
la loro corsa
il tuo corpo frantumato
finalmente
in infiniti pezzi
spinti dal vento
come le foglie
in una giornata d'autunno
Ricordi
i cessi in cui
fradicio
di vino ed alcool
hai dormito
coperto del tuo stesso vomito
buono a regalarti quel calore
che ti manca?
Quel calore
che una donna
che mille donne
non sanno
dare
Che gli amici
...
no
gli amici
non ci sono
Non ci sono per te
Ubriaco di mattina
Incurante della pioggia e del freddo
Incazzato con chi ti raccoglie
e ti vuol aiutare
Non si aiuta
chi vuol morire
Chi è già morto
troppe volte
per non averne la nausea
Ora bisogna dimenticare
un'altro bicchiere
un' altro ancora
trent'anni sono passati
...
potevano passare più in fretta
Non tutti hanno la fortuna
di avere una solida croce
su cui morire

La maestra

Puntuale
la mattina
davanti allo specchio
Pettine
fard
un po' di matita
Sulle labbra
tenue il rossetto
per non impressionare
i pargoli a scuola
Il marito
intanto si sveglia
Non uno sguardo
Chi prepara il caffè?
Chissà come sarà la colazione
dei bambini di terza?
E' tardi
...
che scarpe mettersi
è il problema più difficile
Non è la voce che ti fa soffrire
urlando insegnamenti programmati
come si fa con le lavatrici
...
è il restare in piedi tutto il giorno
Per chi poi?
Per uno stipendio
che qualcuno definisce da fame
ma che in fondo ti permette
un cappotto nuovo
e qualche piacere in più
No
No sono i piedi che fanno male
e se arrivi in ritardo
le chiacchiere delle colleghe
che il volto
dei bidelli già ti spiegano
prima dell' ipocrisia dei “ciao”
e dei “come stai”
Come sto?
Vorrei la pensione,
ma non è vero
Cosa farei a casa
tutto il giorno
a render conto
alla famiglia
a chi incontri al mercato
o portando a passeggio
i ricordi
Già
i ricordi
Ti ricordi
di quello zuccone
che è diventato ingegnere?
e di quella sgraziata bimba
che ora fa la velina?
E di...
ma è morta
e allora tutto tace
Come lo specchio
la mattina
che qualche volta
potrebbe dire
"torna a letto"
non servi a niente.

Dario

Ti hanno seppellito
in un giorno di sole
Io ti ricordo
in una sera d'autunno
in cui …
vorrei ancora bere
con te
quel vino rosso
che faceva schifo
e costava
così poco
e sentirmi raccontare
dei faraoni egizi
e sorridere delle cose stupide che si dicono
un uomo orbo come te
ed uno che è sempre morto
come me
Ti penso
Dario
e non so che ricordare
Ti ho cantato una canzone
e ci siamo divertiti molto
Tu eri il più vecchio
io il più buffone
siamo restati soli
tu in qualche posto lontano
io
neppure in quello

Verona

Vorrei cantare Verona
se ne avessi la voce
Se fosse una città vera
da cantare
Vorrei cantare Verona
è dirle che sta perdendo l'Adige
e che è tutta colpa sua
dei suoi stupidi abitanti
di città e di provincia
che di quell'acqua
non capiscono il senso
come hanno fatto di mille altri
fiumi più piccoli
diventati latrine
Vorrei cantare Verona
se avesse un senso
cantare una città che irride
i suoi monumenti in nome
della pubblicità
Vorrei cantare Verona
se l'Arena non fosse
un pretesto per far soldi
se il balcone di Giulietta
diventasse rosso di vergogna
per tutto il falso
e l' ipocrisia
che spande
per quei muri disneyani
pieni di fatue promesse
e di spergiuri
Vorrei cantare Verona
se sapessi cosa succederà a Castel san Pietro
in attesa di un terremoto
che mandando tutto all'aria
tutto risolve
In fondo anche il campanile del Duomo
è restato fermo là
indicando un destino
di imprese irrisolte
Vorrei cantare Verona
tra un ambulante abusivo
e un club di trecampanellisti
Vorrei cantare Verona
sapendo cosa fanno il questore e il prefetto
per questa città
Vorrei cantare Verona
conoscendo il destino dell'Arsenale
e quello delle caserme
vicino all'Università
Sapere se a vincere sarà
un centro storico chiuso
o un bel pieno di parcheggi pertinenziali
Vorrei cantare Verona
guardando negli occhi Veronetta
Cercando a Santa Toscana
un'osteria
(che non c'è più)
e nel vicino Camploy
il senso di una cultura cittadina
che non c'è mai stata
Vorrei cantare la Gran Guardia
e il teatro Ristori
ma in nessuno riesco ad entrare
per ragioni diverse
Vorrei cantare Verona
ma non il decadente Liston,
non il traffico immane
non l' imbecillità di chi ne viola
i diritti
Vorrei dire del Teatro Romano
e delle mura
Spiegare che san Zeno
ride di tutti quei cretini
che lo scambiano per un parcheggio
o poco più
Vorrei cantare il coraggio
di chi amava il cinema, il teatro, la cultura
e la saccenza  di chi ne ha preso il posto
Vorrei dire del dolore
di chi per gli altri lavora
e si ritrova offeso
in una città che proprio vorrei cantare
se fosse onesta
e non fosse morta
già

ricordando Mozart ovvero delle fosse comuni (notizie dall’Irak)

Quanti Mozart sono stati spinti
nelle fosse comuni
nei deserti iracheni
oggi
nei campi sloveni
in quelli friulani
ieri
lungo le strade
percorse
da Roma
da Mosca
da Washington
da Pechino
da tutti gli imperi
idioti com'è solo gli imperi sanno essere
Fosse comuni
sparse in posti ignoti
in tutta Europa, in Asia, in Africa
nelle tormentate americhe
Fosse comuni
per soldati sconfitti
per bambini traditi
per popoli indigesti
per clandestini disperati
cui sono negati anche i vermi della terra
impossibili nelle profondità dei mari
Fosse comuni
per Mozart consegnati all'eterno oblio
Fosse comuni
dove "comune" è solo il morire
non il rispetto
non l'eterno requiem
Comuni fosse
Sacralità della morte negata
Destini
tolti alle stelle
e
al proprio nome
Il divenire nulla
Neppure
distinta cenere
Negazione
della vita
della morte
dell'essere
dell'essere stato
Vergogna
di chi resta
"comuni mortali"
chiusi in una fossa quotidiana
che illusi
chiamiamo
vita

contati

Finalmente
contati!
Non precisamente!
Solo:
finalmente!
Bombe intelligenti
avevano evitato i conti
Generali compiacenti
non hanno studiato matematica
Soldati accecati
non li avevano neppure visti
Madri e spose e figli
sapevano solo il dolore
Neppure un nome
Un nome per ognuno
Diritto umano
Sancito dalle leggi
anche dove la legalità è tradita
E
...
Finalmente!
Contati!
Oh di certo
non precisamente
Ma contati
da un ufficio di statistica
che legge i giornali
che sa quanto uccide una bomba
e visiona i rapporti
degli eserciti vincitori
Finalmente il conto
come uscendo da una trattoria
Meno preciso
Così basso
che non conviene contestare
Quindicimila
forse sedicimila
o di più
sono i morti
di una guerra preventiva
Preventivamente morti
Messi in conto prima di essere consumati
eppure realmente consumati
Cosa importa perché?
in fondo solo morti irakeni
senza nome
come tanti
in una terra di sangue
ingiustamente sprecato
sempre
Morti
che diventano
un numero
per un ufficio di statistiche
che non ha mai visto
neppure il colore del loro volto
Forse a Washington nevica
e tra poco i bambini busseranno simpaticamente
alle porte per chiedere
scherzetto o dolcetto
Quindicimila morti
valgono un po' di tranquillità


Silvio

bugiardo
maleducato
traditore della legalità
Dietro la lavagna
in ginocchio
Meglio
chiuso dentro
un mausoleo già costruito
per paura che nessuno
si ricordi di costruirglielo
unica certezza questa
che rode il cervello
più dei settant'anni
pronti ad arrivare
alla decadenza fisica
che inquieta
Com'è triste
avere il potere
e non poter essere tiranno
Com'è difficile
vivere all'ombra di una democrazia
con la morte che ti cammina
dietro e dentro
veloce
Con lo specchio
che ti racconta il tempo che passa
nonostante i trucchi
Non bastano i servi
gli applausi ed i sorrisi comprati
I soldi donati per avere amici
non bastano
a colorare gli specchi
ad allontanare
i fantasmi
dentro
Perché gli specchi
e i fantasmi
sono comunisti
e non fanno paura
nelle case del popolo
La fantasia e la verità
non si comprano al mercato dei sogni

io morto prima

30 ottobre
serata
che dedico
ai morti
Coinvolto
Igino
morto
tante volte
come me
Morto
sulle rovine di una fabbrica
Morto
nella disperazione quotidiana
Sempre risuscitato
dall'amore
di sua moglie
dal sorriso di suo figlio
che diventa padre
dagli amici
che sono quasi sempre veri
dalle preghiere in chiesa
dalla voglia d'umanità
dal suono della fisarmonica
Igino
che apprezza
i ricordi
e
il vino
rosso
Io
che non ho
ricordi
né futuro
che
ho denti marci
e bevo vino
per continuare
a vivere
a scrivere
ad essere decente
per non sentirmi
morto
in ogni momento
senza
rispetto
Ecco
il rispetto della morte
dei morti
di quelli che sono morti
all'anagrafe
e di quelli che sono morti
dentro
Dentro i luoghi dove lavorano
per andare in pensione
Idea orrida
che sconfigge l'umanità
Di quelli che son morti dentro
per apparire diversi
per avere un ruolo nella società
per non restare soli
Soli come sempre
perché nella morte,
è la verità,
si ha paura del buio e della solitudine
Della solitudine
soprattutto
E' vero Ugo?
Cos'altro vogliono dire
i tuoi Sepolcri?
che i grand' uomini
non possono essere
lasciati soli
neppure in mezzo agli altri
e tu
caro Ugo
quanta solitudine hai conosciuto
nel tuo fiero
essere te stesso?
La boria
e
la pietà
si sposano
nella paura
di essere
i morti
Allora
camminiamo ancora
Al di là
di una sera
che va a finire
Di un domani
che non ci aspetta
per essere
Di un passato
che non ci appartiene più
Di un presente
che non abbiamo conquistato
Cantami o diva
ancora una volta
Ancora una volta
dimmi del destino degli eroi
e di quelli che muoiono per niente
o solo perché si deve morire
Cantami o diva
delle lacrime perse
dell'amore che vive
e che bisogna cantare
perché
la morte
non è necessaria
neppure
il giorno dei morti
perché non è vero
che tutti si muore
Perché
io lo so
la verità
è nel sapere
ancora
amare
nonostante i giorni
nonostante le notti
nonostante la vita
nonostante questa sera
e domani
Cantami o diva
dei sogni che non ho
di una lei che mi aspetta
di un amore che c'è

epilogo

Buonanotte Antonio
tu che non dovevi morire
eppure
sei morto
faticando molto
Perché
morire è fatica
morire è paura
morire è vita
Ti ricordi Antonio
le strade
percorse insieme
le tante cose fatte
le camere d'albergo
il freddo di Berlino
ed il vino di Pordenone
le notti in Arena
la pioggia
le corse nudi
a cercare di respirare
qualcosa
Respirare!
Ecco quello che manca
al morire
Respirare
è difficile
in questa città
in questo mondo
In questo mondo
che gioca a nascondere
la realtà
Che si inventa feste
per non ricordare
i morti
Che riempie le pagine dei giornali
di necrologi
per guadagnare
Che riempie le fosse comuni
per non ricordare
Che sfida il cielo
con mille razzi
Che si spaventa di fronte
ad un crocifisso
Che ha paura di dire in verità
che non esiste un dio
a salvarti dall'eternità
dell'essere infine morto
Morto senza sogni né incubi
senza scherzetti
e senza dolcetti
solo
appartenente ad una grande famiglia
quella dei morti
senza respiro
....
Io
respiro
ancora
Tu
Antonio
respiri
nei miei ricordi
Sempre

Ugo B

ottobre 2003

 
E NESSUN SOGNO È MAI INTERAMENTE UN SOGNO

Arthur Schnitzler nasce il 15 maggio del 1862 in una famiglia dell’alta borghesia viennese. Seguendo le orme del padre, Arthur intraprese la carriera medica, permettendosi, pericolose passioni per il gioco e le donne e lunghe notti passate nei caffè di una Vienna che, nel passaggio tra il XIX e il XX secolo, viveva il suo Rinascimento. Negli  immensi parchi, lungo i maestosi Ring su cui si affacciano i palazzi che segnavano la sua potenza, Arthur Schnitzler poteva incontrare Hugo von Hofmannsthal, il filosofo Ludwig Wittgenstein, l'architetto Otto Wagner, musicisti come Gustav Mahler, o i più anziani  Brahms e  Bruckner o il giovane Schönberg, per non dire degli Strauss e di Franz Lehar, senza dimenticare l’irriverente e profetico Karl Kraus. Nel 1890 Schnitzler, che ha già portato in scena nel 1888: l'atto unico “Das Abenteuer seines Lebens” in cui per la prima volta  compare il personaggio di Anatol che darà il nome ad un ciclo di atti unici, è  già considerato uno dei maggiori rappresentanti della “Jung-Wien”, gruppo di intellettuali cui facevano parte Hugo von Hofmannsthal, Richard Beer-Hofmann, Hermann Behr e Felix Salten. Tra le sue frequentazioni non mancava , al 19 di Berggasse,  quella con Sigmund Freud che presto riconobbe in lui il suo “doppelgänger”. L’incontro con Freud lascia un segno indelebile su entrambi, Schnitzler porrà un pensiero alla base della sua opera di scrittore e drammaturgo: "La psicoanalisi parla di conscio e inconscio ma trascura la zona intermedia, quella del medioconscio, che costituisce il territorio più enormemente esteso della vita psichica e spirituale, da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio, o precipitano nell'inconscio". In letteratura diventa un monologo interiore, un artificio narrativo, che gli permette di entrare nel pensiero dei suoi protagonisti. Il “medio conscio”, è il mondo in cui vivono i suoi personaggi, playboy decadenti e audaci,  è il suo paesaggio, un universo che, incosciente nella sua vitalità, come un castello di carte sta crollando trascinando tutto nella sua rovina. Cominciano per Schnitzler anni di grande lavoro, nel 1894 porta sulla scena “Sterben” (Morire), l’anno dopo viene rappresentato al Burgtheater di Vienna “Liebelei” (Amoretto) che vent’anni dopo, nel 1914, diventerà il primo degli ottantotto film tratti dalle sue opere, con il titolo danese “Elskovsleg”, un film diretto da August Blom e Holger-Madsen. Ma è il 1900 che lo consacra con due opere fondamentali come il romanzo “Leutnant Gustl” (Sottotenente Gustl) impietosa rappresentazione del mondo militare che gli costa la perdita di posto come tenente medico dell’esercito, e “Reigen” (Girotondo) che andrà in scena tre anni dopo a Monaco di Baviera, provocando enorme scandalo. Proprio la sua condotta lo porta a confrontarsi con la figura di Casanova, con cui condivide il desiderio di sottrarsi alle regole del morale sentire e l’azione a fuggire dall’idea qualunquista dell’essere normale. Lo fa con “Casanovas Heimfahrt”  (1918) e “Die Schwestern oder Casanova in Spa” ( 1919). Ma è soprattutto con “Fräulein Else” (La signorina Else, 1924), “monologo di una signorina di buona famiglia alle prese con un dramma a base di denaro, onore perduto, panico, sesso e perversione, scritto in una specie di flusso di coscienza controllato” e “Traumnovelle” (Doppio Sogno, 1926, che sarà portato al cinema da Stanley Kubrick con Tom Cruise e Nicole Kidman in “Eyes Wide Shut” 1999 ) che compie il suo cammino di dissoluzione, che trova il suo compimento il 26 luglio del 1928, quando la figlia Lili si suicida. "Quel giorno di luglio la mia vita si è conclusa. Gli altri non lo sanno e talvolta non lo so neanche io." Tre anni dopo muore a Vienna, era  il 21 ottobre 1931, gli fu diagnosticata una emorragia celebrale. Ora lo si ritrova nell'ala ebraica del Cimitero Centrale di Vienna.

 
ANGELINA JOLIE NELLA TERRA DEL SANGUE E DEL MIELE

"Volevo fare un film che esprimesse, in modo artistico, le mie frustrazioni contro il fallimento della comunità internazionale nell’ intervenire nei conflitti in modo tempestivo ed efficace. Volevo anche esplorare e capire la guerra in Bosnia, oltre a questioni più ampie, come la situazione delle donne nei conflitti, il problema della violenza sessuale, la responsabilità per i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità, e la sfida della riconciliazione. È stata, in Europa, la guerra più mortale dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma a volte la gente dimentica la terribile violenza che è successo nel nostro tempo, nella nostra generazione, alla nostra generazione." Con questa idea in testa Angelina Jolie ha affrontato la sceneggiatura di “In the Land of Blood and Honey”, il suo film d’esordio, con cui ha affrontato il pubblico del Festival di Berlino. Era un progetto da affrontare con rispetto e delicatezza: “Sono andata a trovare persone di vari governi, gente della comunità internazionale, quelli dell’Onu e i giornalisti che hanno scritto della guerra, e ho chiesto a loro: È giusto? Ma le testimonianze più importanti sono state quelle della gente del posto, erano, e sono, loro i protagonisti. Loro hanno vissuto la guerra. Anche se altra gente che ha detto della guerra, come giornalisti internazionali e politici internazionali, ha avuto importanti punti di vista, la gente che lì viveva, quelli che hanno visto coinvolte le loro famiglie, quelli a cui hanno sparato, quelli che sono diventati profughi, erano i primi a cui con ansia volevo mandare la sceneggiatura, quelli la cui opinio-ne mi era più preziosa”. Una volta scritto e finanziato il progetto, la signora Jolie ha affrontato il problema del cast. Così spiega come l’ha risolto: “Quando gli attori si presentavano per far parte del cast, il direttore del casting chiedeva a ognuno di loro cosa aveva vissuto durante la guerra, quale era il suo background. Volevo nel cast un attore serbo-bosniaco nel ruolo principale, e un’attrice bosniaca – musulmana o di una famiglia mista, come protagonista. Volevo anche uomini provenienti dalla Serbia disposti a lavorare sul progetto, non solo i serbi bosniaci. Il coinvolgimento artistico dell’intero paese era molto importante per me”. Tra gli attori, in particolare, è stato Goran Kostic, a colpire Angelina Jolie: “Goran riesce ad essere molto freddo e distante in un momento, ed estremamente umano e profondamente emozionato in quello dopo. Più tardi venni a conoscere di più sulla storia di Goran, di suo padre, di sua moglie, dei suoi figli. Mi ha colpito come egli comprendesse a fondo il fatto di essere padre e figlio. Egli ha una forte presenza sullo schermo. Non credo che esistano molti uomini capaci di es-sere così aperti emotivamente e così vulnerabili”. Non di meno l’ha colpita la figura di Zana Marjanovic, la protagonista: “Lei è una che ti attrae. In lei c’é qualcosa che pochissime persone possiedono sullo schermo.
Ha un mistero e una forza che trovo affascinanti e potenti. Lei è molto più che una donna per me. Lei rappresenta ciò che è una donna.  Riempie lo schermo senza dover fare o dire qualcosa. Ho voluto nel cast persone che avevano realmente qualcosa da dire, e che avevano una particolare passione per farlo”. Angelina Jolie è soddisfatta del suo lavoro, di aver raccontato una storia che fa male, perché gli uomini troppo spesso si dimenticano di appartenere all’umanità.

COMMENTA

 
DRACULA NON È NOSFERATU, PAROLA DI BRAM STOKER

“CHAPTER 1  Jonathan Harker's Journal:  3 May. Bistritz.--Left Munich at 8:35 P.M., on 1st May, arriving at Vienna early next morning; should have arrived at 6:46, but train was an hour late. Buda-Pesth seems a wonderful place, from the glimpse which I got of it from the train and the little I could walk through the streets.
I feared to go very far from the station, as we had arrived late and would start as near the correct time as possible”, apre così uno dei più famosi e saccheggiati romanzi del XIX secolo  “Dracula” di Bram Stoker. Questa storia di un aristocratico vampiro, del suo folle amore, e di un giovane avvocato che ne diventa testimone, decretò il successo del suo autore e gli regalò una fama lunga fino a oggi, cento anni dopo la sua morte che avvenne a Londra, per “exhaustion at the age of 64”, il 20 aprile 1912. Abraham (affettuosamente Bram) Stoker era nato a Clontarf, villaggio sulla costa vicino  a Dublino l’8 novembre del 1847, il padre era un impiegato statale, si sa che fino ai sette anni fu afflitto da non identificati problemi fisici, poi brillantemente risolti, studiò  prima in una scuola privata e in seguito fu ammesso al Trinity College di Dublino, dove dimostrò anche una certa capacità sportiva e dove si guadagnò una laurea, niente di più, visto che sul sito del prestigioso College (ancora oggi una delle migliori Università del mondo e tra le prime in Europa) si celebrano i nomi di  ex allievi come Samuel Beckett e Oscar Wilde, insieme a altri, ma non quello di Stoker. Dopo il College trova lavoro come impiegato nell’amministrazione pubblica dedicandosi saltuariamente e gratuitamente alla critica teatrale su un giornale locale, il Dublin Evening Mail.
Nel 1876 conosce Sir Henry Irving (1838-1905), controverso attore dell’era vittoriana, contestato interprete shakespeariano, molti non sopportavano l’esagerazione gigionesca del suo istrionico recitare, di cui divenne segretario personale per ventotto anni. Proprio all’inizio del loro rapporto, Stoker si innamorò di un’aspirante attrice: Florence Balcombe (1958-1937), una bella donna che, si dice, fu “corteggiata” anche da Oscar Wilde, ma che resiste nella storia per la battaglia

sui diritti d’autore che lei intraprese contro la tedesca Prana-Film, che nata sotto sull’impulso buddista, visse solo il tempo di produrre nel 1922 l’assoluto capolavoro “Nosferatu, eine Symphonie des Grauens” di Friedrich Wilhelm Murnau.
Il fatto è che Henrik Galeen, sceneggiatore di “Nosferatu” aveva lavorato a piene mani sul “Dracula” di Bram Stoker, cambiando i nomi ma mantenendone il plot essenziale. Se avesse visto il film, Florence Balcombe avrebbe di certo rinunciato a chiederne e a ottenerne la distruzione completa, la Prana-Film, infatti, per non pagare la salata multa sul diritto d’autore, dichiarò il fallimento e il tribunale nel 1925 stabilì che tutte le copie del film di Murnau le fossero consegnate per la distruzione. Per fortuna nostra alcune copie, stranamente si salvarono e cominciarono a riapparire verso la fine degli anni ’20 del XX secolo. Stoker sposò Florence il 4 dicembre del 1878 e, con lei, lasciò Dublino per raggiungere Irving a Londra. Nel 1881 pubblica il suo primo racconto: “Under the Sunset”, aveva già dato alle stampe, due anni prima il manuale "The Duties of Clerks of Petty Sessions in Ireland" dedicato ai giudici impegnati nelle cause minori, e ancor prima era apparsa sulla rivista Shamrock una sua breve novella: “The chain of destiny”.  Al seguito dell’attore si trova coinvolto in lunghe tournee negli Stati Uniti, dove ebbe la possibilità di incontrare il suo idolo letterario Walt Withman, e anche i Presidenti William McKinley e Theodore Roosevelt. Nel 1890 pubblicò il suo primo racconto romantico, “The Snake’s Pass”, nello stesso anno, si riferisce di un suo incontro con un professore ungherese, Ármin Vámbéry (1832-1913),  che lo avrebbe incuriosito raccontandogli la storia leggendaria del principe valaco Dracula. Nel giugno del 1897 Stoker vede pubblicato il suo “Dracula”, ha cinquant’anni, è in piena attività con il Lyceum, il teatro di Irving. Il The Daily Telegraph scrive: “One of the most curious and striking of recent production. … “Dracula” is one of the most weird and spirit-quelling romances wich have appeared for years. … The reader hurries on breathless from the first page to the last, afraid to miss a single word, lest the subtle and complicated chain of evidence should be broken …”, ma non tutti i recensori mostrano lo stesso entusiasmo.  Irving morì nell’ottobre del 1905, Stoker, ormai vicino ai cinquantotto anni, si ritrovava senza uno stipendio fisso.
Aveva pubblicato, intanto, altri due racconti, “The mystery of the sea” (1902) e “The Jewel of Seven Stars” (1903), ma non aveva ancora trovato il successo ed era malato, dopo la morte di Irving aveva cominciato a avere dei collassi e a perdere la vista. Morì a Londra il 20 aprile 1912, aveva scritto diciotto libri era stato un manager teatrale di successo, e il cinema non si era ancora accorto del suo vampiro e di chi nella finzione lo aveva raccontato: il giovane avvocato Jonathan Harker che chiude il suo diario con queste parole: "We want no proofs. We ask none to believe us! This boy will some day know what a brave and gallant woman his mother is.
Already he knows her sweetness and loving care. Later on he will understand how some men so loved her, that they did dare much for her sake. JONATHAN HARKER”
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DUE COLPI CHE POTEVANO CAMBIARE LA STORIA

Se la Storia si facesse con i se! Forse non lo sapeva, cosa avrebbe ottenuto per il mondo intero, Antonio D’Alba, muratore e anarchico che attentò, quando aveva venti anni, il 14 marzo 1912, cent’anni fa, alla vita di Vittorio Emanuele III, sparandogli uno o due colpi di pistola contro, quando il re si stava recando al Pantheon, mancandolo. Per questo venne condannato, dopo un processo durato meno di due giorni, a trent'anni di reclusione e ai lavori forzati, ma se l’avesse colpito, forse, avrebbe eliminato i dolori italiani per la prima guerra mondiale e gli errori che consegnarono l’Italia al fascismo e alla guerra civile. Il suo centenario è passato in silenzio in Italia e anche in Svizzera,non estranea alla vicenda, visto che,  come ricorda wikipedia, : “La polizia indirizzerà le proprie indagini verso la Svizzera, dove l'attentato aveva prodotto un certo entusiasmo tra gli anarchici italiani emigrati”. Antonio D’Alba era nato a Roma il 4 dicembre 1891, a 11 anni è già in cantiere per aiutare la famiglia, il 3 gennaio 1906 viene condannato a sei giorni di reclusione per furto, non sono gli ultimi, ma neppure la giustizia lo ritiene un colpevole, nonostante si dichiari anarchico, nessuno si aspettava che egli attentasse alla vita del Re. Il racconto è semplice: 14 marzo, mattina, D’Alba si nasconde tra le colonne di Palazzo Salviati, già Adimari, in centro a Roma, aspetta il passaggio del corteo reale, si fa largo tra la gente, si avvicina alla carrozza di Vittorio Emanuele III che, fatalità, si sta dirigendo con la moglie al Pantheon per ricordare Umberto I ucciso nel 1900 da un altro anarchico: Gaetano Bresci, e spara, ferendo un corazziere e un cavallo della scorta. Subito arrestato e processato, venne condannato, dopo un processo durato meno di due giorni, a trent'anni di reclusione, è troppo giovane per essere condannato all’ergastolo. Viene portato nel carcere di Noto, in Sicilia, per ben nove anni venne chiuso nella tomba di un isolamento che è vera tortura e che mina la sua mente, quando esce di carcere il 31 ottobre 1921 è pronto per il manicomio, gli viene diagnosticato uno stato di demenza precoce, aveva già più volte minacciato il suicidio.
Morirà in manicomio a Roma, il 17 giugno 1953, aveva sessantadue anni, oltre quaranta passati rinchiuso per un attentato fallito, storia di ordinaria sana follia anarchica.

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JUAN BELMONTE GARCÍA, L’ULTIMO MATADOR ROMANTICO

Lui, il fondatore della moderna tauromachia, Juan Belmonte García, detto El Pasmo de Triana  era nato a Siviglia il 14 aprile 1892 per morire a Utrera, l’ 8 aprile di cinquant’anni fa, in tempo per non impallidire, lui considerato da molti il più grande torero di ogni tempo, di fronte a un mondo che in nome di un rapporto ipocrita con il mondo animale si appresta a cancellare le corride. Belmonte, era innanzitutto un uomo vero, coraggioso, Hemingway che gli fu amico lo volle ricordare in due grandi romanzi: “Morte nel pomeriggio” e “Il sole sorge ancora”, come non farlo, era il solo toreador che era riuscito da solo a cambiare le regole di un’arte antica, che li lega alle origini della civiltà dell’uomo.  Che si lega alla sincerità di un rapporto tra uomo e animale, che non è quella di un tempo come il nostro, dove si combatte l’idea di corrida e si mangiano gli hamburger senza chiedersi da che sofferenza provengono, o i polli arrosto senza chiedersi se far crescere un pulcino per quindici giorni e poi infilzarlo e farlo arrostire, non sia più crudele che far combattere un toro da combattimento, cresciuto brado per quattro anni prima di scendere nell’arena! O, ancor più grave, si discute sulla moralità delle corride e si fanno morire i migranti nel Mediterraneo. Belmonte era nato con dei problemi alle gambe, per questo combatteva sempre eretto, per questo rischiava ogni volta la vita, perché non poteva contare completamente nelle sue gambe, e così costringeva il toro a girare intorno a lui. 24 ferite gravissime e moltissime altre meno importanti, sono le medaglie di una carriera che già nel 1925 gli regalava la copertina del Time, era il 5 gennaio. A un aficionado e esperto delle corride, il giovane Diego Girelli, abbiamo chiesto: Chi sono i toreri di oggi, hanno lo stile di Belmonte o il mondo della corrida è definitivamente cambiato dopo Hemingway? “I tempi sono profondamente cambiati. A partire dagli anni venti Belmonte e Joselito diedero vita a quella che ancora oggi è considerata “l'età dell'oro del toreo”.
Essi interpretavano due stili, due scuole, due interpretazioni del toreo differenti. Secondo il grande critico Gregorio Corrochano, se Joselito toreava con la testa, con maestria e dominio completo, Belmonte toreava con il cuore, con sentimento. Attraverso la sfida nell'arena, essi intendevano, vivevano e completavano il loro toreo. Oggi, per i toreri più famosi, le cosiddette figuras, non è più tempo di rivalità nell'arena. È cambiato soprattutto il modo di toreare. I canoni del toreo di muleta sono: parar (fermare), mandar (comandare), templar (addolcire) e, come insegnava Rafael Ortega nel suo “El toreo puro”, cargar la suerte: eccitare il toro da lontano, offrire alla sua carica il centro della muleta e, all’approssimarsi dell’animale, appoggiare il peso del corpo sulla gamba contraria a quella della carica del toro, di modo da costringerlo a disegnare una traiettoria che assomigli a un punto di domanda. Nel toreo moderno – salvo alcune eccezioni – è ormai invalso, invece, un toreo di mero profilo, in cui il torero si limita a disegnare con il toro semplici linee diritte; oppure, si equivoca e si ritiene che toreare significhi accompagnare la carica del toro restando fermi in mezzo all’arena con entrambi i piedi piantati a terra”. Ci incuriosisce e insistiamo: che differenza c'è tra i tori che combattono oggi e quelli di cinquant'anni fa e quanto questo influisce sullo svolgimento della corrida? Così ci risponde: “ I tori dell'immediato dopoguerra erano meno pesanti in termini di chili; influivano allora l'alimentazione e le difficoltà economiche. Ciò comportava comunque che i tori avessero uno sviluppo morfologico adeguato alle caratteristiche dei singoli encastes (razze) ai quali appartenevano. Oggi il rischio è l’allevamento di tori fuori dal singolo tipo e la conseguente standardizzazione dei comportamenti dell’animale nell’arena.
Ma vi è un rischio ben più grave. Al tempo di Belmonte i toreri, anche i più acclamati, combattevano tutti gli encastes e non rifuggivano gli allevamenti conosciuti per essere i più duri e difficili da affrontare. Attualmente, invece, il 90% dei tori combattuti appartiene ad unico encaste dominante, l’encaste domecq, i cui tori, spesso – troppo spesso – sotto la pressione dei toreri, sono mal presentati (sin trapío) e non presentano le complicazioni tipiche del toro bravo (sin casta). Difendere la ricchezza del campo ed esigere un toro poderoso, vibrante (encastado) è oggi la sfida che dovrebbe impegnare ogni aficionado”. Nel 1919 Belmonte riscì a combattere in 109 corride, anni dopo, nel 1965, Belmonte era morto nel 1962, un torero messicano, Carlos Arruza,  arrivò a 108, poi si rifiutò di combattere ancora per rispetto al maestro! La storia dice che quell’8 aprile di cinquant’anni fa, nella sua grande tenuta in Andalusia, Juan Belmonte, che vedeva arrivare i suoi settant’anni,  prese la sua pistola, una calibro 6.35, e andò nel suo studio, dove si sparò, la leggenda racconta che prese la pistola, si fece preparare il cavallo, un po’ di sigari, due bottiglie di vino e poi se ne andò in un bordello, per l’ultima volta, e uscito si sparò. Di certo fu un colpo volontario, come quello di Hemingway, in modo diverso entrambi amavano le corride.
Chiediamo al nostro esperto aficionado: see lei dovesse dare un consiglio, qual è la migliore corrida che oggi si possa ancora vedere in Spagna; intendo che toreri e che tori cercare? “Consiglierei anzitutto di partecipare a ferias di ambiente taurino, in cui il toro e la cultura del toro rappresentano l’epicentro della manifestazione e la corrida non è altro che il momento più alto di esaltazione dell’animale: emblematiche in tal senso possono essere la feria di Arles o di Alés nel sud-est francese o quelle nei paesi baschi spagnoli. È d’obbligo poi una visita alla plaza de toros de Las Ventas a Madrid. Sulla scelta della corrida, ogni suggerimento è naturalmente mediato dai gusti personali. Ammirate allora la tecnica di El Juli, l’eleganza di Manzanares o Talavante, l’estro di Morante de la Puebla, oppure decidete di incontrare la verguenza torera quando il valore di Fandiño, l’abilità di David Mora, la fermezza di Castaño o il coraggio di Robleño incrociano i ferri più antichi e prestigiosi, quali Miura, Victorino Martin, Prieto de la Cal, Partido de Resina (antiguo Pablo-Romero), Cuadri o i rappresentanti di encastes minoritari come Escolar Gil, Flor de Jara, Moreno Silva, Dolores Aguirre, Sanchez Fabres”.
Allora, la corrida non è ancora morta, nonostante tutto.

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ITALY TU MUORI, CENTO ANNI DI MENZOGNE PER RITROVARE PASCOLI

C’è un ritratto scritto su di lui, che colpisce sempre: “Mingherlino allora, biondo, piuttosto pallido, presentava un insieme di timidezza e di spavalderia; col cappello storto, con una cravatta rossa fiammante si atteggiava un po' a rivoluzionario, mentre aveva pudori da fanciullo, che lo facevano arrossire con la più grande facilità”, lo scrisse Giulia Cavallari (1856 – 1935), saggista e commediografa, che fu compagna di studi di Giovanni Pascoli, poeta, pressoché  sottovalutato o dimenticato,  che cento anni fa, il 6 aprile 1912, diede addio a una vita cominciata il 31 dicembre 1855, neppure sessant’anni prima. Ma chi era Pascoli? Di lui ,ricorda Fulvio Cantoni, che lo conobbe nel 1878: “Era riluttante a mettersi in mostra, studiava a lungo ma era restio a produrre e soltanto con grande fatica gli amici riuscirono a strappargli qualche bellissimo componimento poetico …
Durante il giorno egli soleva uscire di rado e soltanto per recarsi alle lezioni all'Università o alle Biblioteche: tutte le altre ore diurne le dedicava allo studio cui attendeva con lena indefessa e con la più grande diligenza e severità. Egli si erudì in tutte le parti sulla letteratura greca e latina, sui classici italiani che studiava di continuo, specie Dante e i grandi prosatori del Cinquecento, sulle letterature straniere nelle quali preferiva Hugo, Goethe e Heine.
Fra gli storiografi contemporanei aveva di continuo per le mani Giuseppe Ferrari, Michelet e Edgard Quinet. La Filosofia dell'inconscio  di Hartmann, Alessandro Herzen e Bakunin furono durante vari mesi i suoi livres de chevet, mentre per sollevare lo spirito dagli studi più gravi egli prendeva sommo diletto nello sviscerare le più recondite latebre della metrica greca e latina! Vita accorata e pensosa quella di quei giorni fra la severità degli studi e il ricordo della tragedia familiare che spesso lo urgeva”. Sul sito della Fondazione a lui dedicata si legge: “1855 Nasce il 31 dicembre a San Mauro di Romagna, quarto di otto figli: lo precedono Margherita, Giacomo e Luigi; dopo di lui verranno Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria. Ruggero Pascoli, il padre, è amministratore della tenuta sanmaurense dei Torlonia mentre la madre, Caterina Allocatelli, discende da un nobile casato di Sogliano al Rubicone … 1879 Dal 7 settembre al 22 dicembre viene chiuso in carcere, con l'accusa di oltraggio all'autorità. Ha partecipato a una manifestazione anarco-socialista in difesa di Passanante, il cuoco che ha attentato alla vita di Re Umberto … 1901 Pubblica una nuova antologia di letture per le scuole, Fior da fiore. Commemora a Messina i vent'anni della morte di Garibaldi (2 giugno) con un discorso: Garibaldi avanti la nuova generazione. Il tono è quello di un collaudato maestro di vita, che predica ideali umanitari, prolungamento decantato del socialismo giovanile”. E con questo, il sito si allinea all’ideologia fascista che condannò il Pascoli alla teoria del “Fanciullino”, all’idea del poeta delle piccole cose e dei tristi ricordi, togliendo a uno dei più grandi poeti politici d’Italia, l’unico che sul solco di Dante e Foscolo aprirà la strada a Pasolini, il suo più profondo respiro. La complessità del Pascoli non è quella dei suoi versi ma quella ben meno semplice del suo aver  molto da dire, spesso senza rete, spinto da un afflato profondamente socialista. Pascoli stesso, dichiarava di sentirsi "profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe". E allora perché cancellare questa sua essenza, perché l’ideologia mussoliniana e gentiliana non ha bisogno di un Pascoli politico, ma di un poeta decadente e simbolista, quello delle piccole cose quello pronto per le antologie degli infanti, ma Pascoli è da un’altra parte: “Tanto faticato e pianto!/ Pianto in vedere i figli o senza vesti /o senza scarpe o senza pane! Pianto / poi di nascosto, per non far più mesti / i figli che... diceano addio, col canto! / Addio, dunque! Ed anch’essa, Italy, vede,/ Italy piange. Hanno un po’ più fardello / che le rondini, e meno hanno di fede./ Si muove con un muglio alto il vascello./ Essi, in disparte, con lo sguardo vano, / mangiano qua e là pane e coltello./ E alcun li tende, il pane da una mano, / l’altro dall’altra, torbido ed anelo,/ al patrio lido, sempre più lontano / e più celeste, fin che si fa cielo./ Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,/ cielo deserto.
O patria delle stelle! / O sola patria agli orfani del mondo! / Vanno serrando i denti e le mascelle,/ serrando dentro il cuore una minaccia / ribelle, e un pianto forse più ribelle”, come non sentire in questi versi di “Italy”  (sottotitolo: Sacro all’Italia raminga), poesia che Pascoli scrisse nel 1904 di fronte al dramma dell’emigrazione, l’eternità del suo dire dell’uomo, la tragedia dei tanti migranti di questo mondo. E tutta la sua poesia ha il respiro del mondo, mai finzione, solo profondo sguardo su una condizione che lo accomuna all’umanità. Questo è Giovanni Pascoli, morto cent’anni fa, lui, non la sua poesia.

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IL “PICCOLETTO” ROMANTICO CHE ANDAVA A CAVALLO

Cento anni fa, il 27 aprile, nasceva, casualmente nella industriosa Torino, durante una tournée dei suoi genitori Renato Ranucci, che diverrà un mito dello spettacolo italiano con il nome di Renato Rascel.  Suo padre Cesare Ranucci , era cantante d’operetta e  varietà, la madre, Paola Massa, formatasi come ballerina classica, aveva seguito il marito nelle varie avventure con le compagnie di giro allora più in voga da quella di Ettore Petrolini a quelle di Armando Fineschi e dei fratelli Trucchi.  Per volere del padre, viene battezzato quando la compagnia arriva a Roma e Renato mai dimenticherà il suo essere romano e alla città eterna dedicherà alcune delle sue indimenticabili canzoni, come “Arrivederci Roma”  e “Venticello de Roma”. A 10 anni è nel coro della Cappella Sistina diretto da don Lorenzo Perosi , canta come soprano, nel frattempo recita in una filodrammatica, suona la batteria, fa piccoli lavoretti per mantenersi, arriva a fingersi tanghero argentino, la leggenda dice che è in quel periodo che cambia il suo nome da Ranucci a Rachel, che era il nome di una cipria e poi in Rascel, la battuta era: per non avere a che fare con Rachele Mussolini. Di sicuro lo si trova scritturato nella stagione 1934/1935 nella compagnia di operetta dei fratelli Schwartz è  Sigismondo nel  "Al Cavallino bianco". È l’inizio di una carriera che ha un crescendo rossiniano, diventa un vero signore del teatro di varietà, quello che colpisce è la sua comicità assurda e surreale, quello che impone è l'uso intelligente  e provocante del suo fisico minutissimo. Diventa il “Piccoletto”, il peter pan delle scene italiane, e le sue interpretazioni e le sue canzoni diventano leggende, come la profetica “È arrivata la bufera”: “La Bufera nacque in Africa Orientale quando Rascel conobbe Italo Balbo che era allora Governatore della Libia. Renato gli pose la domanda che tutti gli italiani avevano sulla bocca: "L'Italia entrerà in guerra al fianco dell'alleato tedesco?". Balbo rispose con perfetto accento emiliano: "Mo senta mo bene, signor Rascel, se l'Italia fa la guerra con Hitler io mi taglio i cosiddetti...". Rascel tornò in Italia e disse a tutti di stare tranquilli, ma quando la guerra arrivò non gli rimase che cantare "È arrivata la bufera / è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male / e chi sta come gli par!" (Giancarlo Governi in "TuttoRascel", Roma, Gremese, 1993). A partire dal 1941 fonda una compagnia propria, insieme a Tina De Mola, allora sua moglie, nel 1942 è sul set di “Pazzo d´amore”  di Giacomo Gentilomo, in questi anni due incontri segnano il suo futuro quello con Marisa Merlini e quello con la “premiata ditta” Garinei e Giovannini. Nasce uno dei suoi più famosi sketch, il capolavoro “Il corazziere” che già dai versi iniziali mostra tutto il suo irresistibile sarcasmo, l’acida ironia, il senso malato del vivere: “Mamma ti ricordi quando ero piccoletto,/ che mi ci voleva la scaletta accanto al letto,/ come son cresciuto mamma mia devi vedere... /figurati che faccio il corazziere”, ma con i versi c’è anche un ritmo musicale che scardina l’idea dell’operetta, un tempo sincopato, che svela la sapiente idea jazzista di Rascel. Lo sketch diverrà un film, con lo stesso titolo, nel 1960, diretto da Camillo Mastrocinque. Intanto la guerra è finita, in Italia si ricostruisce e il varietà è il grande spettacolo che accompagna la ricostruzione, e Rascel né è il grande protagonista: la stagione 1950/51 lo vede con la Merlini in “Perepé, perepé, perepé, questo è il mondo che piace a me” dove si esibisce nello sketch “Adelina la Faciolara”, ma è nella stagione che si apre nel 1952 che esplode, per lui Garinei e Giovannini scrivono “Attanasio  cavallo vanesio”, il pubblico va in delirio, l’anno dopo bissa con “Alvaro piuttosto corsaro”, nel 1954 è la volta di “Tobia la candida spia”. Nel 1957 scrive le musiche per l'operetta “Naples au baiser de feu” , che con protagonista Tino Rossi va in scena al Mogador di Parigi. Nel frattempo al cinema ha regalato due perle preziose, nel 1952 è protagonista ne “Il cappotto” che Alberto Lattuada ha tratto da Gogol e nel 1954 ha girato il suo unico film da regista “La passeggiata”, alla cui scrittura contribuiscono Diego Fabbri e Cesare Zavattini. Tra il 1950 e il 1961 è protagonista di oltre quaranta film, per la maggior parte mediocri e costruiti sul suo nome ormai di successo, a parte, nel 1959, “Policarpo ufficiale di scrittura” diretto da Mario Soldati. Ormai il suo nome è  di successo anche alla radio dov’è un vero mattatore, e in tv  dov’è protagonista di due storici varietà:  “Rascel la nuit” (1956) e “Stasera a Rascel-City” (1964). Nel 1960 trionfa a Sanremo con “Romantica”, nel 1961ancora in teatro è protagonista delle celebrazioni per il centenario dell’unità d’Italia con “Enrico ‘61” di Garinei e Giovannini. Grande successo ha ancora con “Venti zecchini d'oro” di Pasquale Festa Campanile e Luigi Magni, andato in scena con la regia di Franco Zeffirelli, in scena con Rascel, un asino, Paola Borboni, che recitava i versi feroci dell'Aretino, e con loro la bella Maria Grazia Buccella. Storico nel mondo del teatro il suo litigio con la Borboni, lui le disse: "Zitta tu che sei vecchia e brutta", e lei gli rispose: "Si' , ma io sono stata giovane e bella. Mentre tu alto mai". Nel 1970 va in scena con “Alleluja, brava gente”, è l’ultima fatica nella commedia musicale. Nello stesso anno in tv è protagonista della fortunata serie “I racconti di Padre Brown” tratti da Chesterton. Sarà ancora al cinema, in un cammeo nel “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli, è il cieco Bartimeo, e in teatro, a fianco di Walter Chiari in “Finale di partita” di Beckett. Il 2 gennaio del 1991, Renato Ranucci moriva, lasciando il ricordo di Renato Rascel, uno dei più grandi, fra gli attori e uomini di spettacolo italiani, un comico mai volgare, mai qualunquista, mai disattento alla realtà del mondo che lo circondava, perché questo è il lavoro del comico, vero.
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LAVORARE CON COSCIENZA PER UN GRANDE FESTIVAL DI LOCARNO

"Il primo, e senza dubbio il più bello, capolavoro dell’anno 2012, è Tabu di Miguel Gomes  che è stato presentato al Festival di Berlino, dove è stato scandalosamente, ma era prevedibile, dimenticato dai premi. Ma cosa importa!" Così scrive, sul blog, http://olivierpere.wordpress.com,
il marsigliese Olivier Père, ancora per pochi giorni quarantenne, la sua convinzione ce l’ha confermata in un’intervista, tra un incontro e l’altro, proprio alla Berlinale, che è stata percorsa da un fiume di film, quattrocento, più o meno, gli abbiamo chiesto se non erano troppi per un Festival, lui ci ha risposto: "No, perché Berlino ha un grande pubblico che riempie tutte le sale, che cerca tutti i titoli, neppure Toronto ha un pubblico così". E a Berlino si battono ogni anno i record di biglietti venduti. Oliver Père ha già annunciato, per Locarno 65, la retrospettiva dedicata a Otto Preminger (
Vienna, 5 dicembre 1906 – New York, 23 aprile 1986), che non vinse mai un Oscar, che a Berlino invece vinse un Orso di bronzo con "Carmen Jones", e con lo stesso film andò a vincere proprio a Locarno nello stesso anno. Ora è qui al mercato di Berlino perché? " Per incontrare produttori, distributori, registi, per concordare le loro presenze e quelle dei loro film al nostro Festival. Berlino è un punto di riferimento fondamentale, in ordine di tempo è secondo solo al Sundance. Qui dobbiamo già aver impostato i nostri piani, perché poi a Cannes il programma deve essere già definito, e sulla Croisette prenderemo due o tre titoli buoni per  Piazza Grande". Père è direttore a Locarno dal 1° settembre 2009, ormai conosce bene il Festival e può guardare con tranquillità al futuro, una tranquillità che manca magari a Roma, con  Marco Müller che lancia messaggi da Screen spiegando il senso del suo volerne diventare il direttore, nonostante l’opposizione di Gian Luigi Rondi, il Presidente, Müller vuole far nascere un grande mercato del cinema in seno al festival romano. Chiediamo a Père quanto importante è oggi per un grande festival avere un mercato? E Locarno come si posiziona in questo senso? Lui ci risponde: "A Locarno il mercato c’è. È piccolo e piace. Lo scorso anno è funzionato molto bene, noi lo riserviamo ai film in concorso, che presentiamo in un pacchetto ai distributori e ai compratori nei primi giorni del Festival. Oggi, anche un festival d’arte cinematografica, com’è Locarno, deve avere un mercato, il caso di un film come "Monsieur Lazhar", in concorso da noi e oggi in corsa per l’Oscar è emblematico. Da noi intervengono centinaia di operatori interessati.  Per quel che riguarda Roma, penso che sia importante per l’Italia riguadagnare quello che si era perso con la morte del MIFED a Milano, che era uno dei più importanti mercati mondiali". Ogni Festival si riconosce dalle linee che il direttore da al Concorso, è d’accordo? " Si, nel concorso di Locarno, comunque, è più facile capire la linea del direttore, che è quella di proporre cinema giovane, d’autore, indipendente. A Berlino c’è diversità, si trova un film come quello di Gomes, che è un capolavoro, che è poesia, e che lo stesso è un film sociale e civile, con film più dichiaratamente impegnati, perché a Berlino è il film sociale e civile che viene messo in luce. Da noi c’è più varietà nei soggetti". Una delle grandi novità che contraddistinguono la sua direzione a Locarno, è la cura del sito, decisamente interessante, perché? "Abbiamo lavorato molto con coscienza, ci si è impegnati di più per costruire un sito che vive tutto l’anno, come un quotidiano, con filmati, scritti, fotografie. Avevamo cominciato con la riforma del catalogo, e poi ci siamo aperti a questa nuova idea per diffondere lo spirito e l’immagine del Festival".  Open  Doors sarà dedicato all’Africa francofona sub sahariana, perché questa scelta? "L’idea principale era celebrare e salutare il cinema africano, che ha vissuto un periodo di crisi profonda. L’Africa è un continente gigante, dovevamo contenere , per necessità di spazio, le regioni interessate, non si può spaziare dalla povertà economica del cinema del Senegal alla ricchezza dell’industria cinematografica del Sud Africa. Abbiamo poi  cercato di omogeneizzare i paesi  intorno alla lingua francofona e in particolare quella della zona sub sahariana. Lo scorso anno siamo andati al Fespaco a Ouagadougou e abbiamo stabilito un contatto diretto con i registi africani e con gli esportatori. Abbiamo ricevuto più di 70 progetti, che diventeranno 12 che aiuteremo a realizzare. Questa zona dell’Africa non è come l’India, in certe regioni è impossibile girare dei film. Negli anni ’80 il cinema africano andava di moda, c’erano registi come Ousmane Sembène, Idrissa Ouédraogo, Souleymane Cissé. C’era un’idea politica per sostenerlo. Noi priamo a risollevare l’interesse per una produzione indispensabile". Perché la retrospettiva Otto Preminger? E poi perché nei Festival tocca sempre ai critici dover pagare il peso di non poter seguire le poderose retrospettive? " Comprendo, avendo fatto anch’io il critico, quanto sia frustrante per chi deve seguire il concorso o altre sezioni, il dover rinunciare alle retrospettive, anche qui a Berlino sono imperdibili, ma le retrospettive sono fatte per il pubblico, per invitarlo a scoprire la storia del cinema. A questo riguardo la scelta di una retrospettiva dedicata a Otto Preminger era quasi obbligata dopo le retrospettive di Ernst Lubitsch e Vincente Minnelli, con loro egli forma un trio che è il top del classicismo hollywoodiano. Registi d’origine europea, con un livello più alto di scrittura cinematografica. Autori di film che non vengono dal passato, ma che sono classici da riscoprire o scoprire". L’intervista è finita, come il Festival di Berlino, l’appuntamento è a Cannes tra qualche mese.
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ITALY TU MUORI, CENTO ANNI DI MENZOGNE PER RITROVARE PASCOLI

A Reggio Emilia e a Milano sono stati inaugurati nuovi ristoranti ROADHOUSE GRILL, che fanno parte del Gruppo Cremonini.
Vi ricordo che il gruppo Cremonini, come testimoniato da inchieste di REPORT (Rai 3) e come sostenuto anche da Beppe Grillo, è un'azienda che nel corso degli anni si è distinta per una serie di azioni illegali e anche criminali.
Per citarne alcune:
- vendere carne di bovini di oltre 17 anni come carne di bovini inferiore ai 24 mesi di età (tale carne è finita negli omogeneizzati per bambini!)
- vendere svariate tonnellate di carne in scatola avariata a Paesi poveri(guadagnando su incentivi europei per tali esportazioni), tra cui la Russia (dove Report ha raccontato della morte di un 12enne dovuta al consumo di tale carne contenente botulino) e Cuba.
Per la morte in Russia un intermediario della Cremonini ha pagato 150.000 euro per evitare una denuncia e il blocco delle importazioni in Russia.

Al momento dell'indagine fatta da Report, la carne che il governo cubano ha respinto dopo alcune analisi (che confermavano le pessime condizioni di diversi lotti di carne) era stata imbarcata su una nave, ma non per riportarla in Italia per la distruzione.

La nave era destinata all'Angola. La carne avariata verrà distrutta o venduta agli angolani?

Per questo motivo vi invito a non recarvi nei ristoranti ROADHOUSE GRILL, a
divulgare questa mail, a boicottare anche le altre aziende del gruppo Cremonini che sono:

Autogrill MOTO
carne MONTANA
bar e ristoranti CHEF EXPRESS (treni e aeroporti)
salumi IBISE'
carni INALCA
supermercati MARR (diffusi soprattutto in Romagna e Marche)
NB: la carne bovina utilizzata in Italia dai Mc'Donalds, è fornita dal Gruppo Cremonini


* catena sensata... non fermarla *
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POMPEO BETTINI POETA MALEDETTO CHE VERONA HA SEMPRE IGNORATO

“Fu correttore di stamperia e morì a trentaquattro anni, chiudendo una breve vita di stenti e d’infermità. Socialista, tradusse per la prima volta in italiano il Manifesto dei comunisti, collaborò alla Critica sociale, compilò l’Almanacco socialista. Ma nei suoi versi non è quasi traccia del socialista militante: appena vi s’incontrano un breve componimento satirico (Regina Coeli), nel quale si allude all’impunità che godono nelle aule dei tribunali i grossi affaristi truffatori, o un’epistola triste-sorridente ai compagni che gli chiedevano articoli per una pubblicazione del Primo Maggio: “Miei cari amici, il vostro Primo Maggio / non può nulla sul popolo ch’ è saggio / ridanciano e pacifico ….
È  inutile soffiare e risoffiare: / intorno non c’è legna da bruciare; / no, miei cari incendiarii! ”. Così scrive di Pompeo Bettini, il filosofo e critico Benedetto Croce sul numero 9 de “La Critica” rivista di Letteratura, Storia e Filosofia da lui diretta, era il 1911.  Bettini era morto a Milano, il 15 dicembre di quindici anni prima, nel 1896, ma il suo nome e la sua opera erano ancor ben vivi e lo sarebbero stati ancor di più se l’Italia fascista non avesse provveduto a farlo dimenticare, inutilmente, visto che nel dopoguerra,  nel 1957, al Piccolo Teatro di Milano Virginio Puecher portava in scena quel “I vincitori” che Bettini aveva visto tradotto in milanese da Albini, e che qualche scuola in giro per l’Italia ha ripreso recentemente in occasione dei festeggiamenti  del  cento cinquantenario  del nostro paese. Certo non avevano un cast stellare come quello milanese, che poteva contare su Tino Carraro, Valentina Fortunato, Franco Graziosi e Franco Parenti, ma le idee erano chiare a proposito di questo testo definito: “Amarissimo dramma di persone e di giorni infelici e colpevoli, impietosa satira dei vigliacchi camuffati da eroi, dei profittatori delle vittorie risorgimentali, dei nuovi politicanti arrivisti, controcanto triste al coro festante dei troppi autori ottimisti, severo richiamo all’impegno reale d’una autentica moralità personale come solida base per l’assetto sociale e politico del nuovissimo stato, I vincitori pessimisticamente conclude la secolare vicenda del teatro ispirato alla storia e alla cronaca risorgimentale”. Filippo Turati, nel 1902, scriveva a proposito di questo “I vincitori” (conosciuto anche come “La guera”), dramma in quattro atti, “Un dramma che non ebbe solo un notevole successo teatrale, ma sollevò l’interesse e le discussioni della critica. E meritatamente …. È uno sprazzo di vita, colto dallo spirito critico e selettore degli autori nel caleidoscopio della vita villereccia contemporanea e portati di peso sul palcoscenico”, lui stesso ricorderà l’amico poeta e operaio come “amico, compagno fedele, collaboratore arguto e volenteroso.  Pompeo Bettini era nato nel 1862, in una Verona ancora tranquillamente austriaca, qui imparò, probabilmente, il lavoro di correttore di bozze, che lo portò presto a Milano, dove pubblicherà anche alcuni opuscoli legati al suo lavoro: “Scuola professionale tipografica: Il correttore nella tipografia moderna”(1891) citato dal Sole 24 Ore poche settimane fa, e “L’unità ortografica nella tipografia italiana” . Per quel che riguarda la sua poesia, raccolta e pubblicata dalla madre dopo la sua morte, importante il giudizio del Croce: “Fu dei pochissimi – scrisse– che sentirono, se non pensarono e dissero, che la poesia di un individuo non è da confondere  con l’attività pratica e politica, che lo stesso individuo può svolgere … Come nei versi del socialista Bettini non c’è socialismo, così sarebbe difficile scoprire in essi qualche vestigio d’imitazione … mai la spinta è data dall’esterno, dai modelli che si vagheggiano o dal proposito di scrivere che ecciti artificialmente la pigra rozza del sentimento, come purtroppo accade per una grandissima parte della così detta produzione letteraria … le sue poesie sono commozioni rapide e semplicissime, quelle che egli tenta di fermare: un’impressione di cose o di paesaggi, seguita da un moto del cuore … poesia imperfetta … il Bettini,  spesso, piuttosto che parlare a voce spiegata, accenna, sottintende, cerca la parola, balbetta. Ma egli ha sempre qualcosa da dire, come non sempre accade a coloro che parlano a voce spiegata, spiccata e fluente. Per ciò ho voluto ricordarlo”. Certo non ebbe una vita facile, Pompeo Bettini, ma quale soddisfazione fu per lui vedere stampata la sua traduzione de “Il manifesto” con la prefazione di Friedrich Engels, chissà a cosa pensò leggendo le ultime righe  del grande filosofo: “Il Manifesto riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l’Italia. La conclusione del Medioevo feudale e l’inizio della moderna era capitalistica sono segnate da una figura grandiosa : è un italiano, Dante, l’ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l’Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l’era proletaria?”. Pompeo Bettini, la sua Commedia l’aveva già scritta, disillusa come lo era lui, sempre malato, afflitto dalla morte, senza una Beatrice e senza un Dio:

“Italia, tu produci ottime cose:
marmi pel genio, fiori per i morti,
nevi per l'Alpe, e cavoli per gli orti,
e venticelli per sfogliar rose.
Ma tu produci pur genti cenciose
dalle man ladre e dai cervelli corti,
che s'accapiglian dentro angiporti
ed urlano bestemmie ingenerose.
Altrove, a suon di dollari e sterline,
romba il lavoro; qui, fin che si muoia,
vedrem le capre sulle tue ruine;
perchè forse di noi stanca è l'istoria,
e il nostro vino non dà più gioia
e il nostro sangue non dà più gloria”
Dante sarebbe invidioso di questi versi capaci di superare i secoli con la loro realtà, una realtà che fa troppo male evidentemente, visto che a Verona, per esempio, nessuna via o lapide lo ricorda: centocinquant’anni fa Pompeo Bettini nasceva qui . Spirito originale, in un’epoca in cui la cultura  italiana pascolava tra scapigliatura e decadentismo, egli buttò le basi dell’ermetismo e di una idea di artista al servizio della società con rigore e onestà, dalla parte di chi lavora.
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LA MIA VITA È UNA DANZA

«La mia vita è una danza tra i miei ricordi e le mie speranze, come una chimera che mi fa paura», sono parole di Stefan Zweig, uomo dai mille interessi, scrittore fra i più grandi del XX secolo, che proprio il 23 febbraio del 1942, settant’anni fa, a Petrópolis, in Brasile, si suicidò insieme alla seconda moglie, Lotte Altmann. Lasciò un biglietto, che più di un testamento è il ringraziamento per una vita vissuta, veramente vissuta: “Prima di lasciare la vita, di mia propria volontà e con tutte le mie capacità mentali, devo completare un ultimo dovere: ringraziare sinceramente il Brasile, questo meraviglioso paese, per aver offerto a me e al mio lavoro una pausa così bella e ospitale. Giorno dopo giorno, ho imparato ad amarlo di più e in nessun’altro paese avrei voluto ricostruire la mia vita da cima a fondo, poiché il mondo della mia propria lingua è per me perduto e la mia patria spirituale, l’Europa, si è distrutta. Ma abbiamo avuto sessant’anni di forza eccezionale per ricominciare da capo e le mie si sono ora esaurite per gli anni passati a vagare senza patria. Così io ritengo preferibile mettere fine, in tempo e con la testa alta, a una vita per la quale il lavoro intellettuale ha sempre rappresentato la gioia più pura e la libertà individuale il bene supremo su questa terra. Saluto tutti i miei amici! Possano loro vedere ancora le luci dell’alba dopo la lunga notte! Io sono troppo impaziente, li precedo” . Circolarono allora voci che fosse stato assassinato dai servizi segreti dei nazisti, aveva da poco scritto un racconto “La novella degli scacchi” che adombrava quello che stava succedendo in Europa, ma le sue parole tolgono ogni dubbio. Era nato il 28 ottobre del 1881, a Vienna, da una facoltosa famiglia ebraica, così si racconta: “ Io sono nato nel 1881 in un grande e potente impero, la monarchia degli Asburgo, che non dovete più cercare su una carta, è stato cancellato senza lasciare tracce. Sono cresciuto a Vienna, la metropoli due volte millenaria, capitale di tante nazioni, e mi è toccato lasciarla come un criminale  prima che fosse ridotta a una città tedesca di provincia”. Riuscì a non finire in trincea durante la prima guerra mondiale e nel 1917 si trovò in Svizzera per alcune conferenze e per seguire il destino di un suo dramma pacifista “Jeremias”, una tragedia che per lui mostra “la superiorità morale del vinto”, che venne presentato a Zurigo nel febbraio del 1918. Ne fu soddisfatto come si legge in una lettera che inviò all’amico Romain Rolland: “E’ stato un grande successo, e potrei considerarmi contento”. Tra Zurigo e Ginevra ebbe continui contatti con Hermann Hesse, James Joyce e Ferruccio Busoni. Con la Svizzera ebbe poi a che fare nel 1936 quando pubblicò "Castellio gegen Calvin oder Ein Gewissen gegen die Gewalt", e non furono molto positivi i giudizi su un testo che scrive: “ Proibito, proibito, proibito, un orrendo ritmo. E costernati ci si chiede: cosa è permesso ai cittadini di Ginevra. Non molto. È possibile vivere e morire, lavorare, ascoltare e andare in chiesa. Ma c’è molto di più, quest’ultima cosa non è solo permessa, ma imposta a pena di pesanti sanzioni … La paura è il prezzo che deve pagare la città per il mantenimento dell’ “ordine” e “della”disciplina” dato che a Ginevra non ci sono mai stati tali e tanti fatti di sangue, pene, torture e esili in seguito a giudizi, come quando Calvino spadroneggia in nome di Dio”. Un Giovanni Calvino che assomia a Hitler non era certo gradito. Il quel 1936, lui il collezionista di scritti autografi di Mozart, Bach, Beethoven, Goethe, Balzac e altri, celebrato autore di biografie, come quella di Maria Antonietta, di drammi applauditi, di novelle subito da culto, lui, aveva già visto bruciate dai nazisti le sue opere, era il 1933, non si depresse, anzi né fu fiero, aveva condiviso la sorte di Mann, Freud, Einstei e molti altri. Nel 1934 aveva lasciato l’Austria per Londra, aveva divorziato dalla prima moglie e nel 1939 aveva sposato Lotte che aveva venticinque anni meno di lui, con lei nel 1940 era a New York, prima di andare in Brasile. “Il sole splendeva vivido e chiaro. – scrive in “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”, la sua autobiografia -  Ritornando a casa notai ad un tratto, davanti a me, la mia stessa ombra, così come io scorgevo l’ombra dell’altra guerra dietro quella attuale. Quell’ombra non si è più scostata da me per tutto questo tempo e ha offuscato ogni mio pensiero, di giorno e di notte; la sua oscura traccia è forse rimasta in molte pagine di questo libro. Ma ogni ombra è pur tuttavia figlia della luce e solo chi ha provato buio e fulgore, guerra e pace, ascesa e caduta, solo quegli ha veramente vissuto”.  Di lui, intellettuale costretto a vivere a cavallo di secoli e di guerre, restano gli innumerevoli scritti, che, tra l’altro, sono serviti come base a ben 59 film, da quando nel 1923 Rochus Gliese girò “Das Brennende Geheimnis” da un suo racconto omonimo. Settant’anni dopo la sua morte verrebbe voglia di salutarlo con una delle sue frasi più note, tratta da “Lettere di una sconosciuta”: “Ma chi…chi ti manderà d’ora in poi le rose bianche per il tuo compleanno?”
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URSULA MEIER E UN FILM VERTICALE CHE PIACE A BERLINO

Era tesa, Ursula Meier, nel ricevere la menzione speciale, accompagnata da uno speciale Orso d’argento, che la Giuria di Berlino le aveva assegnato, forse si aspettava di più, l’avevano chiamata per prendere un premio ufficiale, e si è ritrovata con una menzione, una menzione che le permetterà comunque di restare negli archivi dei premiati di uno dei pochi grandi Festival del mondo. Il suo “L’enfant d’en haut” è stato uno dei film più importanti del Festival, perché lontano dallo stretto realismo racconta una storia universale, quella di una donna che non riesce a staccarsi dal suo essere adolescente anche se madre. Un film che ha dei connotati sociali molto forti, fin dal titolo, come la regista spiega in uno dei suoi interventi: “Avevo girato un film orizzontale come Home, che si svolgeva lungo un’autostrada dove si affacciavano le finestre della casa dei protagonisti, volevo girare un film verticale. Un film costruito intorno a un incessante movimento tra il basso e l’alto e viceversa. A legare i due mondi una teleferica che scivola nel vuoto tra l’uno e l’altro, che sale verso la luce e scende sotto la coltre delle nubi. In alto ci sono i ricchi turisti che vengono da tutto il mondo per sciare sulle piste innevate, in basso c’è l’ombra degli insediamenti industriali, la neve qui si fonde presto tra i casamenti isolati ai piedi della montagna. Per me il paesaggio è inseparabile dalla storia che racconto, è un personaggio importante, non un decoro”. Ma cosa c’è in alto e cosa si trova in basso? “ Innanzitutto il film racconta la storia di un bambino che vuol crescere, in tutti i sensi, una crescita fisica, sociale e finanziaria. – racconta la regista – Mentre il mondo in basso, in cui vive, è nient’altro che desolazione, melma e nebbia, sia in senso letterale che simbolico,  in alto c’è come un giardino delle delizie: sole, nevi immacolate, soldi, apparenza. Simon ( è il nome del personaggio interpretato da un bravissimo Kacey Mottet Klein. Ndr) si sente importante la in alto, pur restando anonimo dietro gli occhiali da sci che ha rubato. Egli è come sul palcoscenico di un teatro: ha un ruolo, s’inventa una vita con dei parenti ricchi, luminosa e in maschera. In basso ha un ruolo amaro  che accetta senza brontolare, comprendendo che è meglio avere una piccola parte vicino a Louise ( la brava Léa Seydoux nel ruolo della “sorella” la “Sister” del titolo internazionale. Ndr), che non avere nessun contatto con lei. Per tutto il film Simon si ritrova combattuto tra l’alto e il basso, tra la pianura industriale e la stazione di sci. C’è poi un parallelo tra questo e il fatto che quando Simon si vuole elevare e avere successo, Louise è trascinata verso il basso. Delusa e in collera contro il lavoro e contro gli uomini, sembra che la vita non l’abbia risparmiata. Invece di combattere e tirarsi fuori dalla situazione, Louise ha scelto di dimettersi dalla vita, di accontentarsi di vivere giorno dopo giorno”. Da dove è nata l’idea del film? “Io sono cresciuta ai piedi del Giura, e salire alla stazione sciistica d’inverno era una cosa banale per la sua quotidianità. Mi sono ricordata di un ragazzo che sciava da solo, mentre noi eravamo sempre tutti in gruppo. Sciava molto male e si gettava a tutta velocità sulle piste, come ebbro di velocità e rischio. Quel ragazzo m’intrigava molto, quando ho scoperto che gli era stato imposto di stare lontano dal ristorante della vetta perché sospettato di derubare i clienti. Egli continuo lo stesso a rubare finche gli proibirono di salire sulla montagna. Allora avevo 12 anni, l’età che ho dato a Simon, e ricordo ancora quel ragazzo”. Il denaro ha grande importanza nel film perché, spiega ancora la regista parlando del film: “ Il denaro è il cuore degli scambi tra i vari personaggi. Il denaro cartaceo e la moneta passano di mano in mano, da quelle dei bambini della piana e degli stagionali della stazione di sci a Simon, da Simon a Louise, poi, nuovamente, da Louise a Simon. Però non è un film sociale, anche se all’inizio i due si trovano in difficoltà economica. A Simon manca terribilmente l’amore e il denaro per lui rimpiazza tutto, lo rende arrogante e sprezzante, fino a allontanarlo da Louise”. Il film ha avuto un grande successo anche al mercato della Berlinale, è già stato venduto in Inghilterra, Israele, Italia e Spagna, e alla luce del premio sicuramente altri saranno i paesi che lo cercheranno e a ragione, si tratta di un’opera sincera, che dice del nostro tempo con sincerità, che invita a pensare a quella fatica di essere genitori che costringe i figli a cercare altre identità.
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