69° MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA 29 AGOSTO - 8 SETTEMBRE 2012 - Ugo Brusaporco | Verona

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69° MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA 29 AGOSTO - 8 SETTEMBRE 2012

 
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09-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

L’UOMO CHE RIDE CHIUDE LA MOSTRA
La Mostra di Venezia si chiude con un film di respiro romantico e fiero:”L’homme qui rit” che Jean-Pierre Ameris* ha tratto dall’omonimo romanzo che Victor Hugo scrisse mentre era in esilio nel 1869. È un testo di avventura, amore e politica, contro un mondo dove i ricchi si sentono dei e impoverendo il mondo tolgono i diritti a un’umanità divenuta suddita. Il cinema ha frequentato poco questo testo, un film nel 1909, poi uno di Julius Herzka nel 1921, nel 1929 il terzo diretto da Paul Leni, un film italiano del 1966  di Sergion Corbucci, e poi solo un tv movie francese del 1971, anche se uno dei personaggi più famosi dei fumetti e del cinema il Joker di “Batman” nasce proprio da questo romanzo, il protagonista, infatti, Gwynplaine, ha due cicatrice che gli sfregiano il viso partendo dalle labbra, dandogli una specie di sorriso permanente. *Jean-Pierre Ameris cambia alcune cose rispetto al romanzo, tra queste egli mantiene tutta la storia in Francia, mentre Hugo passa la Manica, poi la protagonista femminile Dea qui si suicida, nell’originale muore di stenti. Poche cose, perché il regista riesce a cogliere lo spirito del grande scrittore aiutato in questo da un grande cast, con Gerard Depardieu come Ursus, un commediante vagabondo che si prende cura dello sfigurato *Gwynplaine e della cieca Dea, trovandoli bambini abbandonati, cresciuti sono interpretati da Marc-André Grondin e Christa Theret, volti giusti per raccontare una grande storia d’amore. Cinema di buona fattura, ineccepibile tecnicamente, regala belle emozioni e qualche lacrima. Sicuramente da vedere.

09-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

UNA MOSTRA IN CERCA D’IDENTITÀ
Con il Palmares e con un bel film, la 69° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia va agli archivi, e subito si dovrà ripensare per l’edizione del prossimo anno che segna la settantesima volta della sua non sempre continua e fortunata storia. Si dovrà ripensare, perché dopo i giusti tagli al programma attuati quest’anno, a dimostrare che l’opulenza di Marco Müller è dimenticata, il direttore Alberto Barbera dovrà inventarsi una nuova idea di festival, non può limitarsi al selezionare i film, ma a dare un pubblico e altra visibilità alla Mostra. A differenza di Cannes, Berlino e Locarno, Venezia non ha un gran pubblico locale, innanzitutto per il fatto che il Lido è un’isola, e i tempi per raggiungerla e lasciarla sono a questo proporzionati, poi perché la Mostra non ha appeal sugli abitanti del Lido, che sono molti di più di quelli di Locarno, e è un peccato che il festival ignori un simile bacino. C’è poi l’annoso problema che ha un Festival senza mercato, quello di attrarre meno i film e i produttori, che con la loro presenza garantirebbero una ricaduta economica importante. Non è possibile poi che non esista la possibilità di alloggiare al Lido in strutture meno care di quelle offerte. La Biennale forse non ha perso l’occasione di affrontasse un progetto di riuso dell’ospedale a Mare, una struttura che debitamente riadattata potrebbe essere il luogo per l’agognato mercato e per far nascere un nuovo polo di ospitalità economicamente accettabile. Un sogno, no, una necessità, che la crisi ha reso drammatica. E l’aria della crisi economica si è ben respirata in questi giorni di festival al Lido. Non è possibile prescindere da questi dati per provare a dare un giudizio di questa Mostra, un festival che deve ripensare anche alla sua programmazione, soprattutto all’identità della sezione Orizzonti, nata sull’idea del Un Certain Regard di Cannes è finita per essere un contenitore dove si raccolgono i film che non ci stavano in concorso e altri messi assieme senza una logica vera, il che non vuol dire che non ci siano stati film importanti, anzi, alcune delle opere migliori del Festival, pensiamo a “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo”, “Bellas Mariposas” di Salvatore Mereu( i due film più interessanti tra gli italiani visti nelle varie sezioni), “Leones” di Jazmin López e “Wadjda” di Haifaa Al Mansour, sono passati in questo calderone. Se poi aggiungiamo a Orizzonti il Fuori Concorso, dove si son visti il capolavoro “O Gerbo e a sombra” di Manoel De Oliveira, l’intenso “Shokuzai” di Kiyoshi Kurosawa, il doloroso “Lullaby to my father” di Amos Gitai insieme ai film di Robert Redford e Mira Nair e altri venti film, scopriamo come anche il fuori concorse deve trovare una sua idea altra da questa che accumula più film del Concorso. La nascita di una sezione, Venezia Classici, sull’orma di Cannes Classic, altri trenta titoli, ha bisogno di meglio qualificarsi, manca poi una retrospettiva seria, se ne sente la mancanza ed è la retrospettiva che rappresenta un festival, come ben sanno Berlino, Locarno e San Sebastian, più del red carpet che ha riportato il cinema alle origini quando si proiettava nelle fiere e gli imbonitori attiravano gli spettatori di un prodotto, il cinematografo, che doveva essere conosciuto.
Un red carpet, gioia dei telefonini e degli i pad di chi pensa il cinema in termini industriali, ed è triste vederlo nel suo vuoto valore, senza bambini e bambine urlanti e curiosi, quando passano i film senza divi. Quello che ha lasciato di buono questa mostra, a parte tanti film interessanti sparsi qui e là è stato il Concorso, in generale una buona competizione con sopra tutti film come “Sinapupunan” (Il tuo ventre) di Brillante Mendoza, “La cinquième saison” di Jessica Woodworth e Peter Brosens, “Pieta” di Kim Ki-duk, “Outrage Beyond” di Takeshi Kitano e “Paradise: Glaube” di Ulrich Seidl. Quest’ultimo film ha provocato grande scandalo per un crocifisso usato impropriamente come attrezzo sessuale, ma nessuno ha voluto indagare sulla denuncia che fa il film contro il fanatismo della fede, contro un’idea di cristianesimo autoreferenziale, violento verso se stessi, che allontana dal messaggio evangelico, da Cristo. Polemiche di altro genere, ma sempre legate a false idee del cattolicesimo, sono quelle sorte per il pallido “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, forse l’unico film del festival che non alza la voce che placa le polemiche al suo interno, senza fare una scelta. Quello che non deve fare Alberto Barbera, le scelte del suo direttore saranno fondamentali per la sopravvivenza stessa di una Mostra in cerca d’identità.

09-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

PREMIO BISATO D’ORO 2012
VI edizione
Premio della Critica Indipendente presente alla 69˚ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

La Giuria del Premio Bisato d’Oro 2012, presieduta da Josef Schnelle e composta da Giovanna Arrighi, Valentina D'Amico, Letizia Giorgiele, Vincenzo Basile, Nino Battaglia, Gianluigi Bozza, Federico Brambilla, Marco Cipolloni, Maurizio Carmeli,  Erfan Rashid, Davide Rossi, Rűdiger Suchsland, Mauro Traverso,
ha assegnato i seguenti premi:

Il film piu' significativo del festival
“BELLAS MARIPOSAS” di Salvatore Mereu
“Bellas Mariposas”,coglie con forza la luce che ogni persona può portare dentro di sé fotogramma dopo fotogramma le due ragazze protagoniste ci immergono in una umanità complessa e dolorosa, ma con il sorriso e l’entusiasmo dei loro dodici anni.

Miglior regia del Festival
JAZMIN LÓPEZ per il film “Leones”
Per la capacità di trasformare in prospettiva e sguardo cinematografico l’irruzione del fantastico, del caso e della morte, nella trama quotidiana

Miglior attrice del Festival:
NORA AUNOR  per il film  “Sinapupunam” (Thy Womb)di Brillante Mendoza
La sua classe e la sua sapienza d’attrice illumina un film necessario, importante, emozionante. Nora Aunor complice di Brillante Mendoza insegna che il lavoro d’attrice serve a comunicare le idee, con una intensa espressività, e a renderle credibili.

Personaggio più importante del Lido 2012
Sergio Maggion
Alla storia di un luogo, che ospita uno dei Festival più importanti del Mondo, contribuisce il lavoro degli artigiani locali, soprattutto quelli che sanno toccare il gusto del pubblico. Sergio Maggion appartiene a questa storia, ha contribuito a formare il mito del Lido con i suoi dolci, cari agli abitanti dell’isola e a quelli della Mostra

VENEZIA , Venerdì  7  settembre 2012

Il premio “Bisato d’Oro”, fondato da Ugo Brusaporco e Claudio Maleti, ha lo scopo di valorizzare il rapporto tra la Mostra del Cinema e la comunità del Lido
Madrina della premiazione la signora Roberta di Camerino

09-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Leone d´Oro (miglior film):
PIETÀ di Kim Ki Duk

Leone d´Argento (miglior regia):
PAUL THOMAS ANDERSON per The Master

Premio Speciale della Giuria:
PARADISE: FAITH di Ulrich Seidl

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile:
PHILIP SEYMOUR HOFFMAN e JOAQUIN PHOENIX per The Master

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile:
HADAS YARON per Fill the Void

Premio Marcello Mastroianni ad un attore emergente:
FABRIZIO FALCO per È stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella Addormentata di Marco Bellocchio

Premio per la migliore sceneggiatura:
OLIVIER ASSAYAS per Apres Mai

Premio per il migliore contributo tecnico:
DANIELE CIPRÌ per la fotografia di È stato il figlio, di cui è anche regista e Bella Addormentata di Marco Bellocchio

Leone del Futuro - Venezia opera prima Luigi De Laurentiis:
KUF do Ali Aydin

Premio Orizzonti:
THREE SISTERS di Wang Bing

Premio Speciale della Giuria Orizzonti:
TANGO LIBRE di Frédéric Fonteyne

09-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

I VINCITORI. Il crudo film sugli estremi del capitalismo e la storia tutta americana di una setta «alla Scientology» lasciano a secco Cinecittà
Mostra da «Pietà», ma non per l´Italia
Leone d´Oro al coreano Kim Ki Duk Argento a «The Master» Bellocchio e Comencini: delusione Premiati solo Ciprì e Falco
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Nella confusione più totale sono stati consegnati i premi di questa 69esima Mostra del Cinema, unica certezza è che il vincitore è quello giusto Pietà di Kim Ki-duk! Il grande regista coreano ha salutato il premio cantando una canzone conosciuta in tutto il suo paese Arirang, un canto sulla guarigione, e salutando il pubblico con il pugno alzato.
La confusione è nata per i premi dati sbagliati, Philip Seymour Hoffman che era salito sul palco per ritirare il premio per la regia a Paul Thomas Anderson, si è visto consegnare una targa, con questa si è fatto fotografare, ma il premio per la regia era il Leone d´argento che finiva invece nelle mani del Premio Speciale della Giuria Ulrich Seidl, cui invece andava la targa, i responsabili del cerimoniale avevano commesso una gaffe totale, paradossalmente Seidl diventava il miglior regista. Per fortuna la giurata Laetitia Casta si accorge dell´inghippo e richiama l´attenzione di tutti, Seymour Hoffman torna sul palco, si rifanno le foto e Seidl, peraltro accolto freddamente in sala -la polemica sul crocifisso ha lasciato il segno- si ripresenta ai fotografi per un´altra razione di foto. Il suo premio riporta il film a un´idea di cinema e non di guerra di religione, non siamo d´accodo per la miglior regia a Paul Anderson, il suo The Master è opera di buona routine artigianale, senza idee cinematografiche, è chiaro che la Giuria su questo premio non ha pensato a Brillante Mendoza, troppo lontana è l´invenzione cinematografica del regista filippino per attirare l´attenzione di Giuria e presidente attenti a un cinema più classico. La Coppa Volpi femminile è volata in Israele con Hadas Yaron grande interprete di Fill the Void di Rama Burshtein, film su una comunità ebraica ortodossa, dove i valori delle donne sono cancellati. La Coppa Volpi maschile è stata divisa tra Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, interpreti del film di Anderson che adombra la storia di Scientology.
ALL´ITALIA sono andati due premi, il Premio Marcello Mastroianni per un giovane attore a Patrizio Falco protagonista di È stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella Addormentata di Marco Bellocchio, forse non era il davvero il migliore tra i giovani attori visti, a cominciare dai giovani interpreti di La cinquième saison, un film dimenticato dalla Giuria. Daniele Ciprì si è visto assegnare anche il premio per la fotografia, certo non il punto forte di un film debole.
La miglior sceneggiatura a Olivier Assayas per il suo Après Mai, è un omaggio al cinema francese e al ´68. Un po´ sessantottini si sentivano tutti. Da non perdere il Premio Opera Prima Küf (Mold) di Ali Aydin visto alla Settimana della critica, e il vincitore di Orizzonti San Zimei (Three Sisters) di Wang Bing, anche se dubitiamo che film turchi e orientali trovino spazio nelle nostre asfittiche sale, ma i festival aiutano a sognare.
CON IL PALMARES e con un bel film, la 69esima Mostra va agli archivi, e subito si dovrà ripensare per l´edizione del prossimo anno. Si dovrà ripensare, perché dopo i giusti tagli al programma attuati quest´anno, a dimostrare che l´opulenza di Marco Müller è dimenticata, il direttore Alberto Barbera dovrà inventarsi una nuova idea di festival, non può limitarsi al selezionare i film, ma a dare un pubblico e altra visibilità alla Mostra. A differenza di Cannes, Berlino e Locarno, Venezia non ha un gran pubblico locale, innanzitutto per il fatto che il Lido è un´isola, e i tempi per raggiungerla e lasciarla sono a questo proporzionati, poi perché la Mostra non ha appeal sugli abitanti del Lido, che sono molti di più di quelli di Locarno, e è un peccato che il festival ignori un simile bacino. C´è poi l´annoso problema che è un Festival senza mercato. Non è possibile poi che non esista la possibilità di alloggiare al Lido in strutture meno care, l´Ospedale a Mare riadattato potrebbe essere la soluzione. E l´aria della crisi economica si è ben respirata in questi giorni di festival al Lido.
Va anche data un´identità alla sezione Orizzonti, nata sull´idea di Un Certain Regard di Cannes e finita per essere un contenitore dei film che non ci stavano in concorso e altri senza una logica vera, anche se proprio alcune delle opere migliori del Festival, pensiamo a L´intervallo di Leonardo Di Costanzo, Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, Leones di Jazmin López e Wadjda di Haifaa Al Mansour, sono passati in questo calderone.
Se poi aggiungiamo a Orizzonti il fuori concorso, dove si son visti il capolavoro O Gerbo e a sombra di Manoel De Oliveira, l´intenso Shokuzai di Kiyoshi Kurosawa, il doloroso Lullaby to my father di Amos Gitai insieme ai film di Robert Redford e Mira Nair e altri venti film, scopriamo come anche questa sezione deve trovare una sua idea altra da questa, che accumula più film del concorso.

08-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Silenzi imbarazzati accolgono i film «Un giorno speciale», cronaca romana, e «Passion», remake fallito
Favori sessuali all´onorevole B. Commedia già vista e deludente
Francesca Comencini gira quasi un documentario, privo però di spessore drammatico.
Fa flop anche il Brian De Palma noir
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Chi si aspettava un finale con i botti si è ritrovato deluso dagli ultimi due film in concorso, l´atteso Passion, che segna il ritorno al cinema di Brian De Palma dopo sei lunghi anni, e Un giorno speciale di Francesca Comencini. Il settantaduenne regista, giunto al suo trentottesimo titolo — come non ricordare Carrie, Scarface, Gli intoccabili, Mission Impossible — si è ritrovato con una produzione tutta europea, franco-tedesca. Il film è il remake di Crime d´amour, ultimo lavoro di Alain Corneau (1943-2010), visto lo scorso anno al Festival di Roma. Portato dal caldo erotismo parigino al gelido erotico berlinese, il film assume i colori freddi della capitale tedesca, per raccontare una storia di donne crudeli e assassine che si scontrano in nome del potere nella mortale giungla del mondo degli affari.
De Palma costruisce un film capace di interessare solo negli ultimi minuti, quando realtà e incubo e pazzia si mescolano in un crescendo di emozioni forti che non ripagano la mortale noia di oltre un´ora in cui la recita sembra scolastica e la regia dilettantesca.
È difficile rifare il film di un altro, impossibile coniugarne le voci, ricollocare le emozioni. C´è poi un problema di protagonisti. Là dove si confrontavano come Isabelle l´intensa Ludivine Sagnie e come Christine la provocante Kristin Scott Thomas, qui si ritrovano come Isabelle la svedese Noomi Rapace e come Christine la canadese Rachel McAdams. La loro espressività è nemica della recitazione; neppure nei momenti più drammatici riescono a dare emozioni. Peggio di loro è uno sperduto Paul Anderson nella parte dell´uomo che le due si contendono. A salvarsi in pieno sono solo le musiche del veneziano Pino Donaggio, abituale compagno d´avventura di De Palma. Metà sala è uscita poco dopo la mezz´ora, e fuori i commenti non erano lusinghieri per il vecchio e premiato De Palma.
Peggio ancora è andata per Francesca Comencini con il suo Un giorno speciale, tratto dal libro Il cielo con un dito di Claudio Bigagli. La vicenda è subito detta: la diciannovenne Gina (Giulia Valentini), bella ragazza della grande periferia romana, ha un appuntamento con un parlamentare — tale onorevole Balestra, insediato in un palazzo romano che allude a Palazzo Grazioli, compreso il bagno oggetto di famosi autoscatti della escort Patrizia D´Addario — parlamentare che l´aiuterà a fare carriera come attrice. L´onorevole, poco onorevole, la manda a prendere con una delle sue grosse auto, guidata dal giovane Marco, al primo giorno di lavoro. Succede che il politico abbia molto da fare e così incarichi il giovane autista di far compagnia alla ragazza. Naturalmente tra i due scoppia l´amore, dopo una giornata passata in un centro commerciale, al bowling, nel verde, in giro per la vecchia Roma a visitare il Foro, le piazze, i negozi di tatuaggi e quelli della moda, dove rubano un abito firmato e rischiano il carcere.
Il film si trascina con i due giovani a sbandare da una parte all´altra, fino a chiudere film e giornata con lei che finalmente, portata nell´ufficio del parlamentare per l´incontro del do-ut-des, si ritrova poi nella toilette a sputare rabbia e non solo, prima di tornarsene rabbuiata a casa, senza rivolgere una parola al suo autista. Lui allora si licenzia da un lavoro così offensivo e corre la notte sotto le finestre di lei a urlare il suo nome.
Amara commedia, rosa e giovanilista, quella di Francesca Comencini ha il peso di essere cosi leggera da risultare vacua e inutile. Ma forse piacerà al pubblico televisivo, che non starà li a interrogarsi sul ruolo di una madre, quella di Gina, che tira a lucido splendente la figlia per buttarla tra le braccia del politico di turno. E allora, per capire l´Italia di oggi basterebbe rileggere il Pier Paolo Pasolini de Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano, la dove dice: «Sono usciti dal ventre delle loro madri / a ritrovarsi in marciapiedi o in prati / preistorici, e iscritti in un´anagrafe /che da ogni storia li vuole ignorati... / Il loro desiderio di ricchezza / è, così, banditesco, aristocratico./ Simile al mio. Ognuno pensa a sé,/ a vincere l´angosciosa scommessa, / a dirsi: “È fatta," con un ghigno di re». O ne La ballata delle madri: «Madri vili, poverine, preoccupate /che i figli conoscano la viltà / per chiedere un posto, per essere pratici, / per non offendere anime privilegiate,/ per difendersi da ogni pietà». Bastava alla signora Comencini rileggere qualche altra pagina per colorare una storia da fotoromanzo, già vista e pronta da dimenticare ancora.

08-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Fratricidio, uso iracheno
A Mosca uccidono e si confessano dal pope
Nella sezione Orizzonti, da Iran e Russia sono arrivati al Lido due film che raccontano la follia del nostro temp. Khanéh Pedari (la casa paterna) di Kianoosh Ayyari è ambientato in una grande casa di Teheran dal 1929 al 1996, anno in cui, ormai abbandonata, la casa sta per essere abbattuta. Nel 1929 una ragazza corre nelle cantine dove suo fratello sta scavando una tomba. Lei sa che la stanno per uccidere in nome dell´onore della famiglia. Inutilmente tenta di fuggire, il padre la blocca e obbliga il figlio a spaccarle il cranio. La seppelliscono, ma il fratello del padre non è convinto e manda il proprio figlio a verificare nella tomba, con una spada questi infila il terreno e la spada si colora di sangue. L´onore è salvo. Vent´anni dopo la madre viene a scoprire che la figlia è li sepolta (le avevano detto che era fuggita) e muore sulla sua tomba. Ancora vent´anni e ancora una figlia si ribella: scopre che la zia è lì sepolta, lascia la casa. Altri dolori riempiono la casa a causa di quel delitto, e finalmente, nel momento in cui la casa deve essere abbattuta, il vecchio mandante dell´omicidio chiede al figlio di recuperare i resti della sorella. La fidanzata lascia l´assassino. Raccontato con grande partecipazione, il film vive grazie alla forza di un gruppo di attori di rilievo e alla decisa condanna della barbarie «giustificata» per motivi d´onore. Nel film russo Ja Tozhe Hochu (anch´io) di Alexey Balabanov, quattro incredibili attori non professionisti come Yurii Matveev, Alexander Mosin, Oleg Garkusha e Alisa Shitikova. Quella di Balabanov è una favola moderna su un gruppo di persone che cercano la felicità. Sono il Bandito, il suo amico Matvei, alcolizzato, e il Musicista. Il Bandito, abituato a uccidere, poi confessarsi e fare la comunione, ha saputo che in un´area colpita tanti anni prima da un disastro nucleare esiste un campanile diroccato che è la via che porta alla felicità eterna. Basta entrare e, flup, si vola via. Convince gli altri e insieme partono, consapevoli di rischiare la vita per le radiazioni, per strada incontrano una giovane prostituta in cerca di felicità. La convinceranno a percorrere la strada nuda nel gelido inverno per arrivare al suo scopo. Scopriranno una fila di corpi morti, il vecchio morirà e anche suo figlio per seppellirlo. Arriveranno il Bandito, il Musicista e la ragazza. Solo il Bandito non prenderà il volo: la felicità infine non premia gli assassini, non è così facile ingannare il campanile magico come il pope assolutore. Film durissimo e folle nel dipingere la follia del nostro mondo.

07-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

PREMIO
BISATO D’ORO 2012
VI edizione
Premio della Critica Indipendente
presente alla
69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

In un mondo cinematografico in cui i Festival sono diventati per molte città l’unico punto di vera conoscenza del cinema, un gruppo di critici indipendenti, ha pensato di significare la propria presenza con un contatto diretto tra i film visti e  i luoghi e le persone che ospitano la manifestazione, per poter creare un ponte reale tra il cinema e l’ambiente in cui viene presentato. Qui alla Mostra di Venezia, per il sesto anno consecutivo sarà assegnato il Bisato d’Oro. Il “bisato” è il nome che i veneziani danno all’anguilla, uno dei loro piatti più popolari. Il premio è un originale piatto con posata un’anguilla dorata, tutto opera originale dei maestri vetrai di Burano. Promotori e fondatori del Premio sono per il Lido Claudio Maleti e per i critici Ugo Brusaporco.

La Giuria internazionale dei critici indipendenti per il 2012 è composta da:
Josef Schnelle (Presidente), Giovanna Arrighi, Valentina D'Amico, Letizia Giorgiele, Giovanni Basile, Gianluigi Bozza, Maurizio Carmeli, Marco Cipolloni, Erfan Rashid, Davide Rossi, Rüdiger Suchsland, Mauro Traverso.


Consegna dei Premi

Venerdì 7 settembre 2012 Ore 17.30
Gelateria Bar Maleti
– Gran Viale Santa Maria Elisabetta 45 –
– Lido Venezia –

Segue aperitivo con
Prosecco di Bellenda, Pinot Bianco di Sandro de Bruno, formaggio Monte Veronese e il mitico bisato di Maleti

07-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Applausi a «Sinapupunan», Peter Brosens e Jessica Woodworth immaginano una Terra senza più stagioni
In un film la natura consolatrice e nell´altro quella che si vendica
Poetico il filippino Mendoza in una storia drammatica sul mare Dal Belgio apologo ecologista sul giorno in cui sparì la primavera
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Un pallido sole illumina il Lido, ma la luce più splendente alla Mostra del cinema è venuta da due film: Sinapupunan (Il tuo ventre) di Brillante Mendoza e La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth. Due film che pur venendo da mondi lontani — il primo dalle Filippine, il secondo dal Belgio — hanno in comune la chiarezza del dire e la forza di affrontare temi universali, come l´inquinamento e il rispetto verso le donne. Due film che vivono del paesaggio che li circonda, un paesaggio che partecipa alla narrazione, che emoziona, che richiama a un creato da rispettare e ritrovare.
Il pubblico è uscito commosso dal film di Brillante Mendoza, film sconvolgente per la sua bellezza, per la qualità e l´originalità della regia, per l´interpretazione di un´attrice senza pari qual è Nora Anour, 38 premi in una carriera lunga 181 film. Lei è una levatrice, la vediamo subito all´opera, accompagnata dal marito, a portare alla luce con sapienza un corpicino pronto a urlare, è la vita che comincia, sembra voler dire Mendoza. Seguiamo poi la donna a casa: abita in una palafitta, in mezzo ad altre, sull´isola di Tawi Tawi, immersa nell´oceano, nella parte più meridionale delle Filippine, verso gli arcipelaghi malese e indonesiano. Qui vivono i Bajau, chiamati nomadi del mare, dediti alla lavorazione di alghe marine, un gruppo etnico di religione musulmana in un paese cattolico dove non c´è rispetto per le donne. Le donne lavorano con gli uomini e gestiscono la casa. Lei è felice con suo marito; anche se è sterile, il marito non l´ha abbandonata. Avevano adottato un bambino che, cresciuto, se ne è andato; ora sentono il bisogno di avere un altro figlio in casa, pensano insieme che lui potrebbe prendere una in casa una nuova moglie, poi i figli sarebbero cresciuti dalle due donne. Un giorno, mentre sono a pescare, marito e moglie vengono assaliti dai pirati. Lui resta ferito, con sapienza lei lo cura. Cominciano a cercare la nuova moglie, tra un villaggio marino e l´altro. Le spose hanno un prezzo, particolare non da poco. Con l´aiuto della comunità, che condivide il loro progetto, mettono assieme la cifra necessaria per una sposa.
Quella che trovano, e che accetta, è una giovane che ha studiato, e pone all´uomo una condizione: lasciare la prima moglie dopo la nascita del figlio. Lui accetta, lei è addolorata. Lui andrà a vivere con la nuova sposa. Lei lo rivedrà il giorno in cui farà nascere il loro figlio, poi a consolarla saranno le stelle del cielo e l´immensità del mare. C´è la vita nel film , quella quotidiana e quella delle feste matrimoniali, vissuta sempre con il timore dei pirati, degli squali e della polizia governativa.
Non da meno come forza e qualità è La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth. Il film è ambientato nel villaggio di Weillen, in Belgio, nella sua campagna, nei suoi boschi e nelle affascinanti cave. Qui la vita procede tranquillamente e Alice, figlia di un contadino, e Thomas, figlio di un mercante, vivono la stagione del loro nascente amore. Siamo in inverno; al passaggio dell´anno come sempre i contadini preparano un rogo propiziatorio, ma tra lo stupore di tutti il fuoco non si accende. L´inverno non finisce più, la primavera non arriva. Le api muoiono, le mucche si ammalano e non fanno più latte, i semi non germogliano nei campi, gli alberi cadono frantumandosi e anche gli uomini cominciano a morire. Per tutti la vita diventa un inferno, il paese piomba nella povertà. Per far mangiare la famiglia, Alice si prostituisce in cambio di un po´ di zucchero. Tutti cercano un colpevole e si scagliano contro un filosofo apicoltore, con un figlio malato. Erigono un rogo per bruciarlo, come in un antico rito pagano, ma il legno non arde. Unica a difendere l´uomo, inutilmente, è Alice che quando lo vede preso e gettato nella sua roulotte per un alto rogo, stavolta fatale, impazzisce.
Le fiamme non avvolgono solo il mezzo, ma si propagano ai vicini simboli della comunità, che diventano cenere. La mattina Thomas trova il figlio del filosofo steso sulla strada, se lo carica in spalle senza parlare e si allontana dal villaggio, passa accanto alla casa di Alice. Lei, biancovestita, è ormai pazza, ma gli lancia un ultimo grido d´uccello, il richiamo abituale per incontrare l´innamorato. Thomas non ha il coraggio di rispondere, per lui lo fa il bambino, poi in silenzio se ne vanno dall´assordante grigiore del paesaggio e degli uomini.
Passa il tempo, il sole è tornato sul villaggio, ora abitato da struzzi. Un finale che rimanda a Luis Buñuel, che usò gli struzzi nel finale di Il fantasma della libertà e, prima, in Los olvidados, sempre come simbolo di dignità rispetto al vergognoso comportamento degli umani.

07-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Mereu e gli adolescenti
Le «Belle farfalle» sarde innocenti nello squallore
Ragazzine ricattate per fare sesso, giovani eroinomani, proposte indecenti, tentati omicidi, tardone seducenti, mantenuti, prostitute di ogni età, padri degeneri, mamme che si fanno carico di tutto, famiglie allo sfascio. Sono fra le scene di delirio e disperazione in una periferia disagiata («nel film è a Cagliari, ma potrebbe essere la periferia di qualunque città» dice il regista), cui due dodicenni reagiscono con forza e ironia in Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, il film tratto dal racconto cult di Sergio Atzeni alla Mostra di Venezia in concorso ad Orizzonti.
«Raccontare l´adolescenza è un´occasione imperdibile per chi vuole fare film e infatti qui alla Mostra è il tema di tanti titoli», dice Mereu. «È un periodo della vita così forte ed energico in cui tutto può fare emozione». Del racconto di Atzeni, il cineasta ha amato la dimensione «reale e immaginifica insieme» e «il fatto che riuscisse a parlare di cose terribili con grande leggerezza, facendo anche sorridere. Mi ha colpito la forza vitale delle due protagoniste, che vedono la luce anche in condizioni di grande difficoltà».
Il regista, vincitore al Lido nel 2003 della Settimana della Critica con Ballo a tre passi, mischia stavolta, rispettando i toni di Atzeni, realismo, grottesco, surreale e un tocco di magia (con Micaela Ramazzotti nei panni di una maga veggente).
Nel film si racconta senza filtri, in dialoghi che alternano sardo e italiano, ricchi di espressioni molto forti e slang, l´impegnativa giornata dell´undicenne Cate (Sara Podda), indipendente e fiera, aspirante cantante famosa («come Valerio Scanu e Marco Carta, sardi come noi» dice) che nel film parla direttamente al pubblico guardando verso la cinepresa, con l´amica del cuore Luna (Maya Mulas) (le «belle farfalle» del titolo) in una giornata di libertà lontano dalla periferia. Insieme vanno al mare, girovagano per Cagliari e tentano di salvare da un pericolo reale, Gigi, il ragazzino per cui Cate ha una cotta. Prende vita così un mondo colorato e violento, tra personaggi bizzarri, squallidi, o ancora con una propria innocenza e la famiglia, tra buoni e cattivi.
Mereu ha trovato le due protagoniste (emozionatissime tanto da limitarsi a sorridere in conferenza stampa) facendo il casting in scuole cagliaritane dove spesso ha anche curato dei laboratori. Il fatto che il film (ancora senza distribuzione) sia in sardo non impensierisce Mereu: «Qui non ce n´è meno che in altri miei film. Però per il cinema fuori degli schemi gli spazi in sala sono sempre più ridotti».

06-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

A 104 ANNI ANCORA UN CAPOLAVORO
Si intitola “O Gebo e a Sombra” (Il gobbo e la sua ombra), è un film coprodotto tra Portogallo e Francia, con interpreti da gran cartellone come Michael Lonsdale, Claudia Cardinale, Jeanne Moreau, Leonor Silveira, Luís Miguel Cintra, ma il fatto più clamoroso è che il film è diretto da  Manoel de Oliveira, classe 1908, il regista dalla carriera più lunga, la iniziò negli anni ’20 del secolo scorso, e consegnato questo film alla Mostra di Venezia è già  al lavoro per il suo nuovo; “A Igreja do Diabo”, dato in arrivo probabilmente per Berlino a febbraio o al più tardi per maggio a Cannes. Vedere un film di de Oliveira è incontrare insieme al grande cinema, una monumentale cultura e una sapienza inquietante per la sue profonde radici umane. Il film è recitato in francese, magnifici tutti gli interpreti che agiscono e parlano davanti all’inquadratura decisa dal regista, non inseguiti dalla macchina da presa, che svolge il suo ruolo antiteatrale, proprio per la chiarezza del linguaggio cinematografico del maestro lusitano. Il suo essere fine intellettuale lo porta a scelte di grande coraggio come per questo film sui poveri e la povertà: “L’idea per questo film nacque quando un amico mi chiese di fare un film sui poveri. Sì, l’idea era buona, ma non è facile fare un film sui poveri. Mi venne in mente Aspettando Godot di Samuel Beckett, un dramma sul quale molti intellettuali hanno discusso. José Régio, un critico sempre lungimirante, aveva visto in Il gobbo e la sua ombra, l’opera di Raul Brandão, un’anticipazione di Aspettando Godot di Beckett” Così spiega l’origine del suo lavoro, e nel film mette in evidenza le affinità tra le due opere, i suoi personaggi spesso sono “tagliati” come fossero inadatti a muoversi da quel luogo deputato che è il tavolo di una disadorna stanza. Raramente si muovono consci dell’inutilità del loro muoversi, sono “poveri” che si accontentano di sopravvivere in povertà Il gobbo del titolo è un anziano padre di famiglia che lavora come contabile accettando un’elemosina per paga. Con quella fa mangiare la moglie e la nuora, entrambe addolorate per il figlio-marito sparito da otto anni. Il vecchio e la nuora sanno che l’uomo è in carcere per furto ma non lo dicono all’anziana madre per non toglierle quell’illusione che è l’unica gioia che la povera vita le regala. L’uomo rientra proprio la sera in cui il vecchio contabile ha dovuto tenersi una grossa somma in deposito, nella notte ruba i soldi nonostante il tentativo della moglie di fermarlo. Il giorno dopo suo padre si farà arrestare come colpevole perché l’illusione che tiene in vita la moglie  non svanisca. Il film è percorso da una rara emozione, quella della vita che costa fatica vivere con dignità. De Oliveira guarda al nostro oggi, a un mondo di giovani che sbandano privi di lavoro, di anziani che provano a restare in un mondo del lavoro che non ha posto per loro, di donne escluse fin dall’inizio da quello stesso mondo. I suoi personaggi non sono eroi di una tragedia greca, sono i protagonisti del nostro tempo, che un grande uomo ha voluto omaggiare per ricordarne il peso e l’onorabilità. Questo è grande cinema, cinema che regala il piacere di una civiltà, che reclama il futuro, anche se è un’illusione.

06-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

IN UN MONDO IN CERCA DI UN SENSO MORALE
Dateci le nostre preghiere quotidiane! Più della pioggia al Lido è la religione a far da protagonista in concorso, ormai il fattore morale, più che spirituale, diventa fondamentale per ogni film, anche per lo scoppiettante “Spring Breakers” di Harmony Korine, dove sesso, droga e violenza si declinano al giovanile, e a maggior ragione per l’atteso “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio, film che ha diviso la critica tra chi lo ha subito definito un capolavoro e chi ha urlato la sua rabbia di fronte alla pochezza dell’opera. La verità non è mai in mezzo, e sapendo di non possederla, preferiamo dire che è un film dall’impianto televisivo con belle pagine di cinema, e capace di non provocare ideologiche alzate di scudi pro o contro, perche evita di alzare una bandiera, di prendere una direzione e si accontenta di girare intorno a una rotonda fino a far dimenticare allo spettatore il tema che affrontava: “ Il film nasce da una fortissima emozione (e stupore) per la morte di Eluana Englaro. … Senza Eluana che muore non ci sarebbe Bella Addormentata, che si risveglia”, come sulla carta spiega il regista. Significativo, il  vagare senza opinione chiara di Bellocchio, diventa proprio in questo momento dove chi esprime con il cinema le sue idee, il caso riguarda l’austriaco Ulrich Seidl, si ritrova denunciato. È infatti di oggi la notizia che per il suo “Paradise: Glaube” insieme a lui, sono stati denunciati, da un’associazione di “cattolici” integralisti,  i produttori e il Direttore del Festival. Un’opera ispirata al discusso caso di Eluana Englaro, era sicuramente pane per interventi estremisti, d’altra parte un film prodotto dalla Rai non poteva permetterselo, ecco allora questo “Bella addormentata” che ha un suo primo pregio nella straordinaria interpretazione di Isabelle Huppert, protagonista di una delle storie in cui si dibatte il film. Lei è l’affranta madre di una ragazza in coma irreversibile, è un’attrice famosa e ricca, che ha lasciato il suo lavoro per stare vicino alla figlia, che vive in una camera della sua bellissima casa. Prega e fa pregare con se infermiere e personale, va a messa, riceve visite dei preti, si dedica completamente a costruire un improbabile miracolo, questo l’ha portata a allontanare da se il marito e il figlio che vorrebbe seguire le sue orme artistiche. L’incontro con la sorella “addormentata” scatena la sua rabbia, egli tenta di strapparle l’aria che la tiene in vita. La madre intanto vive il dramma della giovane Englaro, alla tv. Davanti all’ospedale di Udine dove si chiuderà il dramma della ragazza da lustri in coma, un gruppo di giovani prega e protesta contro quello che ritengono un assassinio, scontrandosi con chi reclama la libertà di un cittadino a esercitare quello che la legge prevede. Bellocchio tiene l’argomento come sottofondo della storia d’amore tra una giovane del fronte religioso (Alba Rohrwacher) e un giovane laico. Lui ha il compito di controllare un fratello fuori di testa e violento, lei porta con se il dolore dell’immagine di suo padre, un senatore del PDL, che, le sembra, soffochi sua madre malata terminale. Solo innamorandosi capirà che il padre stringeva amorosamente la madre morente. Il senatore (Toni Servillo) si trova a dover votare in fretta e furia una legge che non permetta ai medici di Udine di porre fine a quello che una parte definisce “vita” e un’altra “calvario” di Eluana Englaro. Lui ha deciso di votare contro la scelta del suo partito, ha deciso di prendere una chiara posizione contro il fronte che vuol togliere la libertà di porre fine agli accanimenti terapeutici, lui, su richiesta della moglie distrutta dal male, l’aveva aiutata a morire. Mentre succede tutto questo in un altro ospedale un medico tenta di ridare senso alla voglia di morire di una tossicodipendente ( la non credibile Maya Sansa) all’ennesimo tentativo di suicidio. Forse ci riuscirà. Si esce stanchi dalla sala, e ci si infila nelle polemiche, non sull’interruzione delle cure, ma sul valore di un film già pronto per due serate tv e molti dibattiti inutili, Marco Bellocchio ha raccontato delle favole, dove i corpi sofferenti sono comunque oggetti senza diritti. Se di vita e di morte si doveva parlare in “Bella addormentata”,  di senso della vita e cultura  si parla nello stravagante e noioso “Spring Breakers” di Harmony Korine, film falsamente giovanilista che irridendo Malick e sfrondando Porky’s, porta sullo schermo un gruppetto d’attrici d’ambito disneyano per trasformarle in bad girls che rapinano un fastfood per poter fiondarsi in Florida e divertirsi nelle vacanze primaverili del titolo. Le bad girls sono 3 Vanessa Hudgens, Ashley Benson, Heather Morris Quattro e con loro capita la seria e religiosa Selena Gomez. La Florida sarà festa grande droga, alcool e musica da sballo, giri in moto e il carcere, per gli eccessi. Da li vengono tirati fuori da un trafficante locale, James Franco, che ha i suoi piani per loro,  ma la Gomez ha pasura e se ne torna a casa, le tre che restano finiscono in un conflitto a fuoco, si armano e conquistano il potere nella malavita locale, prima di tornare a casa guidando una ferrari. La brutta figura la fa chi sceglie la scuola, la vita, sembra dire il regista, prenditela in mano e combatti. Già, combatti per fare i soldi, l’unica cosa che conta nell’impero americano e nei suoi paesi satelliti.stro lusitano. Il suo essere fine intellettuale lo porta a scelte di grande coraggio come per questo film sui poveri e la povertà: “L’idea per questo film nacque quando un amico mi chiese di fare un film sui poveri. Sì, l’idea era buona, ma non è facile fare un film sui poveri. Mi venne in mente Aspettando Godot di Samuel Beckett, un dramma sul quale molti intellettuali hanno discusso. José Régio, un critico sempre lungimirante, aveva visto in Il gobbo e la sua ombra, l’opera di Raul Brandão, un’anticipazione di Aspettando Godot di Beckett” Così spiega l’origine del suo lavoro, e nel film mette in evidenza le affinità tra le due opere, i suoi personaggi spesso sono “tagliati” come fossero inadatti a muoversi da quel luogo deputato che è il tavolo di una disadorna stanza. Raramente si muovono consci dell’inutilità del loro muoversi, sono “poveri” che si accontentano di sopravvivere in povertà Il gobbo del titolo è un anziano padre di famiglia che lavora come contabile accettando un’elemosina per paga. Con quella fa mangiare la moglie e la nuora, entrambe addolorate per il figlio-marito sparito da otto anni. Il vecchio e la nuora sanno che l’uomo è in carcere per furto ma non lo dicono all’anziana madre per non toglierle quell’illusione che è l’unica gioia che la povera vita le regala. L’uomo rientra proprio la sera in cui il vecchio contabile ha dovuto tenersi una grossa somma in deposito, nella notte ruba i soldi nonostante il tentativo della moglie di fermarlo. Il giorno dopo suo padre si farà arrestare come colpevole perché l’illusione che tiene in vita la moglie  non svanisca. Il film è percorso da una rara emozione, quella della vita che costa fatica vivere con dignità. De Oliveira guarda al nostro oggi, a un mondo di giovani che sbandano privi di lavoro, di anziani che provano a restare in un mondo del lavoro che non ha posto per loro, di donne escluse fin dall’inizio da quello stesso mondo. I suoi personaggi non sono eroi di una tragedia greca, sono i protagonisti del nostro tempo, che un grande uomo ha voluto omaggiare per ricordarne il peso e l’onorabilità. Questo è grande cinema, cinema che regala il piacere di una civiltà, che reclama il futuro, anche se è un’illusione.

06-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Applausi, ma critica divisa sul film ispirato al dramma della giovane in coma a cui fu staccata la spina
Eluana, altri casi di vita e morte e in mezzo si aggira Bellocchio
«La bella addormentata» non prende partito sull´eutanasia ma si limita a narrare storie da diversi punti di vista. Televisivo
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Dateci le nostre preghiere quotidiane! Piovono goccioloni e morale al Lido, dove il fattore diventa fondamentale per ogni film in concorso alla Mostra del cinema, anche per lo scoppiettante Spring Breakers di Harmony Korine, dove sesso, droga e violenza si declinano al giovanile, e a maggior ragione per l´atteso Bella Addormentata di Marco Bellocchio. Il film ha diviso la critica: chi lo definisce un capolavoro, chi ne denuncia la pochezza. Non cercheremo una impossibile verità di mezzo. È un film dall´impianto televisivo con belle pagine di cinema, e capace di non provocare ideologiche alzate di scudi pro o contro, perché evita di alzare una bandiera, di prendere una direzione. Si accontenta di girare intorno al tema: fino a far dimenticare quale sarebbe.
«Il film nasce da una fortissima emozione e stupore per la morte di Eluana Englaro. Senza Eluana che muore non ci sarebbe Bella addormentata che si risveglia», spiega il regista. Un´opera prodotta dalla Rai ispirata al caso che ha diviso l´Italia sull´eutanasia non poteva permettersi scelte estreme. Ecco allora questo Bella addormentata che ha un suo primo pregio nella straordinaria interpretazione di Isabelle Huppert, protagonista di una delle storie in cui si dibatte il film. Lei è l´affranta madre di una ragazza in coma irreversibile; è un´attrice famosa e ricca, che ha lasciato il suo lavoro per stare vicino alla figlia, che vive in una camera della sua bellissima casa. Prega e fa pregare con se infermiere e personale, va a messa, riceve visite dei preti, si dedica completamente a costruire un improbabile miracolo. Questo l´ha portata a allontanare da se il marito e il figlio che vorrebbe seguire le sue orme artistiche.
L´incontro con la sorella «addormentata» scatena la rabbia del ragazzo: tenta di straccare i tubi dell´aria che la tengono in vita. La madre intanto vive il dramma di Eluana Englaro, alla tv. Davanti all´ospedale di Udine dove si chiuderà il dramma della ragazza in coma da lustri, un gruppo di giovani prega e protesta contro quello che ritengono un assassinio, scontrandosi con chi reclama la libertà di staccare la spina.
Bellocchio tiene l´argomento come sottofondo della storia d´amore tra una giovane credente (Alba Rohrwacher) e un giovane laico. Lui ha il compito di controllare un fratello fuori di testa e violento, lei manifesta con il fonte pro-vita davanti alla clinica di Eluana, scandalizzata da suo padre, un senatore del Pdl che però, di fronte alle sofferenze della moglie malata in fase terminale, è entrato in crisi di coscienza. Il senatore (Toni Servillo) disobbidisce all´ordine di partito e non vota la legge che impedirebbe ai medici di Udine di staccare la spina; lui, su richiesta della moglie distrutta dal male, l´aveva aiutata a morire. Mentre succede tutto questo, in un altro ospedale un medico tenta di ridare speranza a una tossicodipendente (Maya Sansa, che risulta poco credibile), all´ennesimo tentativo di suicidio. Forse ci riuscirà.
Si esce stanchi dalla sala e ci si infila nelle polemiche, non sull´eutanasia, ma sul valore di un film già pronto per due serate tv e molti dibattiti. Utili?
Se di vita e di morte si doveva parlare in Bella addormentata, di senso della vita e cultura si parla nello stravagante e noioso Spring Breakers di Harmony Korine, film falsamente giovanilista che irridendo Malick e sfrondando Porky´s, porta sullo schermo un gruppetto d´attrici d´ambito disneyano per trasformarle in bad girls che rapinano un fastfood per fiondarsi in Florida e divertirsi nelle vacanze primaverili del titolo. Le bad girls sono Vanessa Hudgens, Ashley Benson, Heather Morris. Con loro capita la seria e religiosa Selena Gomez. Florida da droga, alcol, rock, moto e infine carcere. Le tira fuori un trafficante locale, James Franco, che ha i suoi piani. Ma la Gomez ha paura e se ne torna a casa; le tre che restano conquistano il potere nella malavita locale, prima di tornare a casa guidando una Ferrari. Davvero fare i soldi è diventata l´unica morale nell´impero americano e Paesi satelliti?

06-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

L´esperto sui casi di coma
«Film a senso unico»
Udine, ancora polemiche
Marco Bellocchio con il figlio Pier Giorgio alla Mostra del cinema
Una decina di antiabortisti, scortati da poliziotti, hanno manifestato contro il film di Bellocchio davanti al Palazzo del cinema prima della proiezione del film Bella addormentata. «È un buon film, ma a senso unico», dichiara Fulvio De Nigris, direttore del Centro studi di ricerca sul coma della onlus Gli amici di Luca. «Presentare una persona in stato vegetativo talmente bella per essere in quella condizione, non aiuta ad alzare lo sguardo su un problema che coinvolge migliaia di famiglie. Nessuna loro storia di relazione, di comunicazione, di felicità e di voglia di vivere viene rappresentata nella pellicola», spiega De Nigris. «Ci sono le posizioni più estreme, ma manca la normalità di chi ogni giorno vive accanto a una persona nelle condizioni di Eluana Englaro. La vicenda di Eluana, che del film è il filo conduttore, fa sentire le famiglie che vivono con un proprio caro in coma e gravemente disabile, minacciate non nella loro libertà di scelta, ma nel loro diritto alle cure», prosegue il ricercatore. «Rappresentare anche queste famiglie è diritto di verità, specialmente per un “anarco-pacifista” come si definisce lo stesso Bellocchio. Non vorrei», conclude De Nigri, «che l´annunciata presentazione del film a Udine con Beppino Englaro possa riaprire una ferita non ancora rimarginata».
«Se davvero ci tengono alla libertà, se davvero credono nella libertà, se davvero vogliono compiere un gesto di rispetto verso chi non la pensa come loro ma ha diritto di manifestare un´opinione, ritirino le denunce penali e civili che hanno colpito medici e giornalisti del Friuli; se sono paladini della libertà, pongano fine a questa catena di accuse che hanno dato vita a cause che in autunno si definiranno in primo grado davanti al Tribunale di Udine». È l´appello del presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini (Lega Nord), ai protagonisti reali della vicenda di Eluana Englaro alla quale si ispira il film. Venerdì a Udine si terrà il primo incontro con Bellocchio e Beppino Englaro. Ci saranno contestazioni?

05-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

LE OCCASIONI DELLA VITA
Due documentari “Il gemello” di Vincenzo Marra e “Conteurs d’images” di Noëlle Deschamps, hanno attirato critica e pubblico della Mostra mettendo in evidenza quanto sia importante e definitivo il destino che accoglie un uomo alla sua nascita. Marra, selezionato alle “Giornate degli autori”, ci porta nel carcere di Secondigliano per farci incontrare Raffaele chiamato “il gemello” perché ha due fratelli gemelli, uno in un altro carcere, ha 29 anni e da dodici è detenuto. Aveva cominciato a frequentare il carcere a quindici anni, e questa è diventata la sua residenza principale. Ha due amici, il compagno di cella, Gennaro, suo coetaneo, con cui ha instaurato un rapporto affettivo, e Niko, il capo delle guardie. Marra ci mostra un uomo che paga l’ambiente in cui è nato, la cultura con cui non ha mai avuto rapporti, il respiro del suo vivere viziato da un peccato originale: l’incapacità di essere in una società. Non c’è nella sua narrazione un intento morale, c’è costernazione nello scoprire l’insolvibilità di un problema, che diventa il vero senso di un film che non diventa mai inchiesta per essere testimonianza. Si esce dalla sala afflitti e vinti, è la nostra Italia, quella che riconosce nei numeri di un fallimento civile il fallimento della politica e di un paese che chiude gli occhi di fronte al suo disfacimento. Ad altri livelli viaggia in Venezia Classici“Conteurs d’image” un viaggio poetico attraverso la fantasia di 11 scrittori e registi dagli anni Ottanta a oggi. Persone che hanno avuto la fortuna di poter coniugare l'arte e il piacvere di vivere con la cultura. Da  Guillermo Arriaga (“Amores  perros”, “Babel”) a Emir Kusturica ( “Il tempo dei gitani”, “Underground”), da Jacques Audiard (“Sur me Lèvres”, “Il profeta”) a John Boorman (“Excalibur”, “The general”) a Frank Pierson (“Un pomeriggio di un giorno da cani”, “Presunto innocente”), unica donna Maïween (“Pardonezz-moi”, “Polisse”). La regista entra nel loro mondo, ne cerca i motivi, le aspirazioni i problemi, lo fa con intelligenza e ironia, alla fine un film sul cinema che è cinema, quello vero che fa sognare e fa riflettere “ i film non vivono sullo schermo ma nella memoria di chi li va a vedere”. Già, è proprio così!

05-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

L'intervallo
Uno dei migliori film della Mostra lo si è visto nella sezione Orizzonti “L’intervallo” coproduzione italo-svizzera firmata da Leonardo di Costanzo, divenuto famoso con “L’orchestra di Piazza Vittorio”. Qui il regista ci porta in una minima e profonda storia di camorra napoletana, con protagonista un diciassettenne ambulante costretto a far da guardia  a una prigioniera quindicenne, colpevole di avere amato un coetaneo della fazione avversaria a quella del quartiere dove abita. Il film è teso e emozionante, il regista pone a confronto due giovani che hanno già fallito la loro vita, lui abbandonando gli studi, lei accettando la fragilità del suo rifiutare di essere adolescente per essere “più grande”. È un film doloroso nel descrivere quello che i protagonisti perdono nel tradire la loro età, e nel mostrare l’indifferenza di un mondo che trascura la possibilità di essere vivo consegna dosi a un sistema mafioso che non offre altra prospettiva che un telecomando televisivo. Meritati applausi, è sicuramente una delle opere migliori viste in Mostra.

05-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Applausi al regista coreano, delude Valeria Sarmiento con la sua guerra napoleonica in Portogallo
Ruggito da Leone di Kim Ki-duk con la violenta e cruda «Pietà»
Tutte le bassezze dell´uomo avido e la redenzione nella storia di uno strozzino. Crudeltà estrema ma resa estetica di rilievo
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Si aspettava il ruggito e improvviso è risuonato in un Lido impaurito dalla pioggia con Pietà di Kim Ki-duk. Uno dei più grandi registi del mondo, superate le sue crisi, pare riuscito a trasformare il materiale cinematografico in un capolavoro d´arte totale.
Come sempre il maestro coreano nostra un´estrema saggezza narrativa; il film potrebbe essere visto senza audio. Dalla struttura delle immagini, dalla sapienza delle inquadrature, dalla potenza nel saper disporre gli attori e di dare spazio agli sfondi nasce il cinema di questo vero regista. Con pochi elementi riesce a costruire mondi infiniti.
Qui Kim Ki-duk ci porta nella capitale coreana, a Seul, che sta distruggendo i suoi quartieri più caratteristici, come cancellare le radici della propria identità. Senza identità, senza un padre da chiamare padre e una madre da chiamare madre, si ritrova anche Kang-do, il trentenne protagonista del film, un delinquente psicopatico, uno che per incassare i soldi come esattore per un gruppo di strozzini arriva a sfigurare le sue vittime, dopo averle fatte preventivamente assicurare. La sua è una trovata non condivisa dai capi, ma che fa di lui l´uomo più temuto. Le vittime dello strozzinaggio sono i titolari di piccole imprese artigiane. Kang-do stritola mani, amputa, getta le sue vittime dall´alto pur di farle azzoppare e ricavare denaro. Alcuni dei debitori riescono a sopravvivere alla violenza, altri preferiscono suicidarsi, tra questi un giovane finito in carrozzella, la cui madre decide di vendicarsi. Il pubblico si trova di fronte a inaudite violenze.
Ma un bel giorno però bussa alla sua porta il destino, con l´aspetto di una bella signora misteriosa di nome Mi-sun (Cho Min-soo) che si presenta a lui, con fare modesto ma sicuro, e a un certo punto si dice sua madre. Lui all´inizio sospetta. Non è certo un uomo che che si apre ai sentimenti. Ma, dopo aver tentato di violentarla con la sua mano («è da qui che sono venuto vero? Posso allora tornare indietro!») l´affetto di questa donna apre un piccolo varco nel suo cuore.
Kang-do ha finalmente qualcuno che gli vuole bene e a questo non è preparato. Regredisce, diventa buono, si fa cantare perfino la ninna nanna. Dialogo iniziale tra lo strozzino e la madre. Lei dice «mi dispiace di averti abbandonato» e lui replica «non pronunciare il mio nome! Io non ho nessuno». Pietà è un film che non concede nulla allo spettatore, che lo coinvolge e lo inquieta; Gomorra sembra acqua alle violette. Pietà rivela il demone del denaro, del capitalismo, vero protagonista di questo film, che rende finalmente giustizia a un mondo di vittime.
Su ben altri binari si muove Linhas de Wellington di Valeria Sarmiento. La regista, vedova di Raul Ruiz, morto lo scorso anno, ha voluto portare a termine l´ultimo sogno di Raul: raccontare una pagina di storia poco conosciuta, quella dell´invasione napoleonica del Portogallo. Una storia, come ci ha confermato il produttore del film, fino a ora non frequentata dal cinema. La regista ci riporta al 1810, con le truppe inglesi di Wellington alle prese con l´armata napoleonica comandata dal maresciallo dell´Impero André Masséna che vuole conquistare il Portogallo. Il film cerca di mostrare il valore dell´esercito portoghese in quel frangente, tentativo di glorificare una pagina della storia nazionale.
Il film però cade in assurde semplificazioni e in momenti di inquietante banalità, da sconcertare anche spettatori ben disposti. Uniformi sempre linde, camicie candide anche per i soldati in marcia. Impensabile è che il generale di Napoleone non sapesse nulla delle fortificazioni intorno a Lisbona, anche a quel tempo si muovevano spie e drappelli d´avanguardia. Il regista prende con convinzione le parti antibuonapartiste, contro le idee di libertà, fratellanza e uguaglianza, mette in ridicolo le figure femminili, e glorifica la parte anglo-lusitana. Se non fosse girato da una donna lo si potrebbe definire un film pro-misoginia. Valeria Sarmiento approfitta degli amici del marito, ed ecco sulla scena per brevi cammei Catherine Deneuve, Isabelle Huppert e Michael Piccoli. Peccato che non bastino grandi nomi a fare grande cinema. Tra gli altri sullo schermo, John Malcovich come Wellington e Chiara Mastroianni al seguito dell´esercito.

05-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Due esordienti di Napoli per la storia d´amore nel mondo della camorra
Francesca Riso e Alessio Gallo, esordienti nel film L´intervallo
Raccontare «come si forma e sedimenta la mentalità camorristica attraverso due adolescenti, il cui pensiero è ancora in formazione. Dal luogo che li imprigiona i protagonisti ci si confrontano». È uno degli spunti, spiega Leonardo di Costanzo, alla base della sua opera prima, L´intervallo, film presentato alla Mostra di Venezia in Orizzonti e in uscita oggi nelle sale, distribuito da Cinecittà Luce. La storia ruota intorno alla giornata estiva che due teenager, Salvatore (Alessio Gallo), timido e riflessivo, venditore ambulante di granite con il sogno di diventare cuoco e Veronica (Francesca Riso), apparentemente sicura di sè e indipendente, devono trascorrere insieme in un enorme edificio al centro di Napoli. Un ex collegio, dove il ragazzo è stato incaricato di portare e sorvegliare Veronica, in attesa dell´arrivo di un boss della camorra, che deve punire la ragazza. «La prima versione della sceneggiatura è nata più o meno nel periodo di Gomorra, ma ci eravamo fermati perché temevamo che la storia non reggesse un film», dice Di Costanzo, già pluripremiato documentarista. «Abbiamo mescolato aspetti realistici e non, come l´esplorazione del mondo immaginario dei due ragazzi, per evitare che il tema della camorra li schiacciasse. Anche se proprio prima delle riprese è accaduto un fatto di cronaca simile alla trama. Un ragazzo era stato picchiato perché si era fidanzato con una ragazza di un clan».
I due bravissimi protagonisti, esordienti, sono stati scelti tra 200 ragazzi. «Dovevamo salvaguardare la spontaneità, mantenere la massima verità», spiega Di Costanzo. «La sceneggiatura era scritta in italiano, ma i ragazzi l´hanno fatta loro, rendendola in dialetto». Fondamentale anche la scelta del luogo abbandonato dove girare, «che ha condizionato, con i suoi spazi, la scrittura». Salvatore «è molto diverso da me, è timido e riflessivo, io sono più estroverso», spiega Alessio Gallo, 18 anni. «Mi sono divertito molto a recitare, ma non mi aspetto nulla, vedremo, ora torno al mio solito lavoro di fruttivendolo».

04-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

LA RELIGIONE INVADE GLI SCHERMI DI VENEZIA
Si sta caratterizzando con potenza il segno rosso che lega i film del concorso di questa 69° Mostra del Cinema di Venezia, e il segno è la religione, non una in particolare, ma tutte chiamate a rispondere di un problema enorme, ridare un senso all’umanità, al vivere quotidiano, al futuro che non può essere solo aspettare di diventar vecchi o morire. Da tutto il mondo giunge questa pressante richiesta di chiarire se la religione ha ancora la forza di indicare un cammino di cultura e civiltà, parole che sono state scioccamente sostituite con economia e finanza. Non c’è paura nei cineasti, ormai diventasti gli unici profeti credibili, capaci di smuovere opinioni, di sdoganare termini imprigionati come” intellettuale”, “comunista”, “stato sociale”, rendendo a loro insieme alla libertà la profondità di senso che le ha fatte nemiche dei sistemi liberisti di cui vediamo oggi il fallimento umano, politico e economico. Ecco allora in Concorso l’attesissimo e fischiatissimo “To the Wonder” di Terrence Malick e l’israeliano “Lemale Et ha’Chalal (Fill the Void) di Rama Burshtein. Per vedere il primo c’erano già le file davanti all’entrata alle 7.45 (il film cominciava alle nove e le porte le aprono una decina di minuti prima), potenza del nome ormai mitico di un cineasta fuori dal comune, uno che compone i film come fossero sinfonie o poemi sinfonici, e che in questo “To the Wonder” in parte stecca perché introduce il “ballo” nel suo procedere narrativo. Succede che una delle protagoniste passi il tempo a danzare di qua e di là dello schermo senza altro nesso che sembrare viva, togliendo ritmo e respiro al procedere drammatico del film. Non che manchino belle pagine in questo nuovo lavoro di Malick, diventato improvvisamente prolisso, era noto per girare con tempi eterni, ora si affaccia un festival dopo aver vinto a Cannes l’anno scorso con “Tree of life” e ha già tre progetti da finire per il 2013, forse per festeggiare i settant’anni, che compirà proprio il prossimo anno. Come nel film di Cannes alla base ci sono due concetti importanti la vita e la religione, con varianti come l’amore tra familiari e quello tra persane che con l’amore coniugano un cammino da percorre insieme. Così, qui ci presenta subito un uomo, Neil (un Ben Affleck meno brillante di un pesce congelato), e una giovane donna, Marina (Olga Kurylenko, è lei che balla svampitella, e la sua gamma d’attrice assomiglia troppo a quella di Affleck). Li vediamo a Parigi e poi a Mont Saint Michel a fare i conti con le maree, sono immagini eleganti, che raccontano cultura e civiltà, mentre le voci fuori campo costruiscono un’intima storia d’amore. Poi lentamente il film si perde, scopriamo che lei è francese, che ha una figlia e un marito fuggito ai Caraibi con un’altre. Lui è un americano e innamorato le porta nel suo paese immerso in un grigio Oklaoma. Qui le cose non funzionano, soprattutto per l’indecisione di lui, che si occupa del controllo dell’inquinamento delle acque e dei terreni, un lavoro ingrato che lo mette contro la gente che protesta. Madre e figlia ripartono. Lui, solo, incontra una compagna di scuola e inizia una bella storia d’amore, interrotta da una chiamata di lei, sola e senza lavoro a Parigi, la figlia ha preferito il padre a una madre senza futuro. Lui la riprende senza amarla, la sposa per permetterle di stare negli USA, ma non serve, lei non trova un senso alla sua vita e lo tradisce, poi tutto va a rotoli, tornerà in Europa, rivedrà Mont Saint Michel da lontano. Minimi i dialoghi, sono le voci della coscienza che parlano, e fra tutte quella di un prete latinoamericano (Javier Bardem), catapultato in un mondo che non conosce, attivo nelle opere di misericordia e attento nelle prediche domenicali, che anche Neil e Marina ascoltano e lei fa anche la comunione. Il prete come gli altri cerca di capire il senso profondo dei gesti che fa, non si accontenta di agire bene, cerca in Dio una collaborazione che non riesce a sentire. È un film complesso e intenso, che costringe a pensare, anche se non perfetto, anche se da Malick tutti aspettano la perfezione, ma che festa delle immagini e ogni suo film! Il secondo film in concorso, “Fill the Void” (Riempire il vuoto) ci porta a Tel Aviv, all’interno di una famiglia di ebrei Ortodossi Hassidici, dove una diciottenne (una bravissima Adas Yaron) aspetta di sposarsi mentre sua sorella muore improvvisamente di parto, lasciando un bimbo e un vedovo da consolare. La madre della ragazza per paura di perdere il nipote convince la figlia a sposare il cognato. Rama Burshtein racconta di un mondo chiuso, stretto nei riti della religione che nascondono le emozioni e tagliano ogni possibilità di cambiamento a un mondo ancestrale segnato dal totale maschilismo e dall’adesione delle donne a questo. Gli uomini cantano, ridono e si ubriacano, le donne assistono in silenzio. La dittatura della religione pesa soprattutto su loro, come sempre, purtroppo.

04-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

In «Outrage Beyond» Takeshi Kitano ricicla il gangster-samurai di un´altra storia per un affresco epico
La delusione dopo i sogni del ´68 e per il film ambizioso di Assayas
Racconto corale di una generazione in «Après Mai». Quelle illusioni naufragarono, ne resta la nostalgia La crisi di oggi nega pure quella
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Bella giornata in concorso in un Lido coperto di un grigio che inscurisce il rame dei tetti veneziani, colorandolo di piombo. Sono scesi in competizione due film molto attesi: Outrage Beyond di e con Takeshi Kitano e Après Mai di Olivier Assayas. Due film che raccontano la stessa generazione, il primo con uno sguardo vitale, il secondo con il peso di una memoria tradita.
Kitano riporta al cinema i suoi amati yazuka, gangster che cercano di assecondare regole da samurai, restando delinquenti, ma «d´onore». In questo film dai colori autunnali, Kitano veste i panni di uno yazuka finito in carcere per rispetto al codice della banda e deciso a vendicarsi di chi lo ha tradito. A guidare la sua vendetta vorrebbe essere un poliziotto corrotto, che vuole usarlo in una guerra di clan. Al regista non interessa raccontare una storia di violenza e sangue grondante, interessa far vedere il peso di generazioni che si confrontano in un crudele gioco di bande. Nel classico film noir con giovani dannati, mette il corpo e le idee decadenti di vecchie generazioni, contro cui faticano a imporsi volti nuovi, subito bruciati dalla brama di potere e denaro. In questo mondo, il suo personaggio cerca di dare un senso alla vecchiaia che vive. Non è un pistolero veloce, non sa più inseguire, è sovrappeso e stanco, ma il tempo gli ha regalato la saggezza, che non è un´arma ma insegna a non aver paura delle armi. Anche se alla fine è un´impresa contare tutti i cadaveri apparsi, c´è nel film uno strano senso di calma, un respiro che si nega alla banalità. È il peso del vivere, del continuare a lottare per non essere un numero tra i cadaveri. È l´avere l´onore e la dignità per guardare in faccia il mondo, per non piegare la schiena, per restare a galla.
Per la prima volta Kitano riporta sulla scena un suo personaggio, Ohtomo, il vecchio yazuka. Lo avevamo già visto in Outrage a Cannes 2010; qui è cambiato, è invecchiato, disilluso, appesantito dal tempo e dalla noia verso l´umanità che lo circonda, arrabbiato perché non accetta che l´onore dei delinquenti si mescoli con il disonore dei poliziotti e dei politici, non gli interessa che la mafia si metta il coletto bianco e giochi in borsa.
Il film è teso e forte, ben raccontato, con un lungo inizio che presenta i protagonisti e con un serrato galoppo verso un finale che non fa sconti nel suo nero pessimismo, nel suo non credere a un cambio di generazioni, se lo scopo è il cercare la ricchezza anche a costo della violenza, della perdita della lealtà e dell´onore. In questo un Kitano alla John Wayne vecchia maniera, un omaggio a una generazione che lentamente muore, la sua, senza accorgersi di morire.
OLIVIER ASSAYAS nel suo Après Mai (dopo maggio: quello del ´68, dell´immaginazione al potere) racconta un´altra generazione, non la sua. Lui, classe 1955, seppur parigino, nel 1968 aveva tredici anni e gli eroi che rappresenta, reduci dal ´68, nel 1971, anno in cui il film si situa, sono già grandi. Sono un gruppo di giovani che ha partecipato a quei giorni di maggio, raccontati già da Bernardo Bertolucci dieci anni fa in The Dreamers e meglio da Philippe Garrel in Les amants réguliers visto qui a Venezia nel 2005. I protagonisti vivono di libero amore e sogni, ma tre anni dopo qualcosa in loro cambia. Il ´68 non fu la rivoluzione russa, ne la Comune di Parigi; non nasceva da una forza di totale partecipazione e tre anni dopo pagava quel peso. Assayas ricorda chi finì senza illusioni, chi nella droga, chi in una lotta armata di cui nessuno ancora oggi ha voglia di chiedersi il perché, anche se ha infuriato in tutta Europa, e si parla di vittime, come se a essere colpiti fossero individui e non un´idea di Stato, e con questo si evita di fare i conti con la storia, come sempre. Film come questo non servono a riprendere il discorso, ma come in una canzone di Guccini regalano un filo di malinconia: «E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei, la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due». Certo, sembra dire il film, c´è stato un periodo in cui si è sognato, in cui si è provato a vivere un´illusione; poi le cose non sono andate come nei sogni, in fondo non succede mai, e l´anno dopo il ´68 ci fu l´autunno caldo, e gli operai presero il posto degli studenti, ma ancora non ci fu la rivoluzione. C´era bisogno solo di uscire dalla crisi, da una crisi che minacciava il futuro, e ancora i giovani pagavano quella crisi. Allora come oggi, la storia non cambia; solo che oggi non ci sono sogni da ricordare e da raccontare poi, come almeno possono fare i giovani di quel tempo.

04-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Riondino va in altoforno a fare l´operaio come nella sua Taranto
La distanza che passa tra Piombino, con le sue acciaierie, e l´Elba, non è solo il breve tratto di mare che separa la terra ferma dall´isola. Da una parte, come si vede in Acciaio film di Stefano Mordini passato al Lido alle Giornate degli Autori, c´è infatti una classe operaia che arranca e giovani senza futuro. Dall´altra, la gente che ha i soldi e va in vacanza. Il film, tratto dal romanzo d´esordio di Silvia Avallone (Premio Campiello opera prima e finalista al Premio Strega 2010) racconta la storia di due ragazzine, Anna e Francesca (Matilde Giannini e Anna Bellezza), alle prese con i primi turbamenti e con un futuro che si avvicina sempre più senza offrire però alcuna speranza. C´è poi nel film Alessio (Michele Riondino, di Taranto, la città dell´Ilva, l´acciaieria che ora tiene la città con il fiato sospeso), fratello di Anna, operaio che arrotonda come può e tira spesso di coca, ma che fondamentalmente ha un solo vero obiettivo restare ancorato al lavoro fisso all´acciaieria. Un lavoro che, tra l´altro, ama molto. Per lui un sola vera passione, quella per Elena (Vittoria Puccini), l´agiata figlia del dottore della cittadina che, dopo alcune esperienze di lavoro, si ritrova a tornare sui suoi passi come impiegata nella stessa acciaieria. «Sono stata subito coinvolta nella storia», spiega Silvia Avallone. «È la stessa del libro, ma declinata in modo diverso. Nel 2010, quando è uscito il romanzo, c´erano ancora delle energie, oggi ci sono invece solo incertezze epocali e gli operai hanno di nuovo fatto irruzione mediatica nella nostra societa». Spiega il regista Mordini: «Le classi esistono ancora, ma il rapporto tra operai e capitale è totalmente cambiato. Una volta c´era un tacito accordo tra queste due parti, quello di garantire il futuro delle famiglie, oggi il neoliberismo he deresponsabilizzato la proprietà e non c´è più dialogo». Riondino, che ha frequentato per un certo tempo l´acciaieria di Piombino, sottolinea: «Era molto importante entrare nella fabbrica e conoscere i ritmi. Bisogna capire cosa si sta facendo, stare con gli operai nella stessa mensa, vivere in squadra e capire soprattutto i silenzi e le attese che ci sono in questo lavoro. In un altoforno la noia può essere assassina». Alessio, il personaggio che interpreta, «ha la sola ambizione di mantenere il proprio posto. È un uomo molto pragmatico».

03-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

LA MAFIA E SCIENTOLOGY INSIEME A VENEZIA
Neppure il Lido invaso per il week end accontenta alberghi, bar e ristoranti, che si lamentano per le scarse presenze, senza notare le lunghe file che si formano davanti alle botteghe alimentari, non è periodo di vacche grasse, chi può torna a casa la notte, altri si sono sistemati sui camper che hanno invaso i parcheggi. Per un primo e un dessert, con acqua e non vino, puoi pagare anche 47 euro. Funzionano bene solo i locali lontani dalla Mostra, non hanno alzato i prezzi e così allungano i tavoli e così incontri produttori come Gianvittorio Baldi, giornalisti come Mereghetti e altri, mischiati ai clienti veneziani da “Cri Cri e Tendina” o da “Tiziano” e la notte c’è la fila al “Maleti” dove si radunano direttori di festival, la stampa tedesca, quella angloamericana, quella araba e francese per chiacchierare di cinema e a far progetti. In concorso si sono visti l’attesissimo “The Master” di Paul Thomas Anderson e “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, per la prima volta senza Franco Maresco. In “The Master”  Anderson, autore anche della sceneggiatura, adombra la nascita di Scientology, prendendo chiaramente posizione contro quella che wikipedia definisce “la più costosa religione della Terra”, di sicuro la più avvilente per le idee che porta avanti, fortemente legate a situazioni ideologiche e spirituali sviluppatesi nel secondo dopo guerra sul fronte occidentale. Protagonisti del film sono un marinaio reduce dalla guerra e diventato violento vagabondo, Freddy (Joaquin Phoenix) e un arrivista megalomane e autoritario che si è inventato una setta per far soldi, Dodd (un Philip Seymour Hoffman in gran spolvero). I due si incontrano casualmente, Dodd sta compiendo una crociera con famiglia e amici che credono in lui, quando una notte gli capita a bordo Freddy, ubriaco fradicio dopo aver lasciato il lavoro di contadino, l’ultimo dei suoi lavori da reduce, dopo aver fallito come fotografo per il suo carattere violento. Dodd lo accoglie, vuole sperimentare su di lui le sue teorie, è un caso difficile il padre di Freddy è morto alcolizzato, la madre è in manicomio, i due si trovano sull’alcool, amano entrambi ubriacarsi e Freddy prepara bombe da bere, con medicinali e vernici. Diventano dipendenti uno dell’altro e Freddy prende sul serio il suo ruolo di spalla, andando a massacrare chi critica il suo amico o le teorie della setta. La polizia segue Dodd e in una città lo costringe a restituire le somme che si era fatto dare da una giovane in difficoltà. Passano gli anni Dodd continua con i suoi famigliari gli esperimenti su Freddy, ma per noie giudiziarie lo abbandonano per fuggire in Inghilterra dove fondano una scuola di successo. Si rivedranno, ma Freddy capirà che l’amico è nelle mani della moglie. Finalmente è libero, incontra una donna e finalmente fa l’amore, dopo lunghi anni, l’ultima volta l’aveva fatto in spiaggia, durante la guerra, in spiaggia, con una bambola di sabbia. Il racconto di Anderson è monotono e noioso, forse frenato dal timore di dire troppo svuota una storia che poteva diventare più forte e meno calligrafica. Peccato! Non convince, sempre in Concorso, “È stato il figlio” commedia noir ambientata in una Palermo periferica e decadente. Il regista spiega; “In questo film ho ritrovato il sapore dei personaggi che mi hanno ispirato in passato e ai quali resterò sempre legato. Ad esempio Busu ricorda molto Tirone (Il ciclista di Cinico tv) che sbrigava le faccende degli altri per racimolare qualche soldo e non aveva relazioni con le donne. Questo mi ha dato la possibilità di sentire questa storia “mia” senza tradire la narrazione del romanzo omonimo di Roberto Alajmo”. Il difetto principale del film è il suo taglio televisivo, episodico, si sente la mancanza di un’idea precisa da affermare. Protagonista della vicenda è la famiglia Ciraulo. Nicola, il padre (il bravo Toni Servillo) si arrabatta, rivendene il ferro delle navi in disarmo, per mantenere la moglie, i genitori e i due figli Serenella, la più piccola, e l’inconcludente e annoiato Tancredi, un fannullone già senza prospettive a 21 anni. Per colpa del suo adorato nipote, un giovane già inserito nel mondo mafioso, viene uccisa la sua bambina, dei killer attendono il giovane e per sbaglio colpiscono la bimba. Un’ombra oscura la loro vita, ma un vicino gli suggerisce di reclamare i soldi che lo Stato concede ai famigliari delle vittime di mafia. Lo fa e si ingolosisce di fronte ai 220 milioni di lire, la vicenda è ambientata nei ricordi di un uomo, il figlio, che la racconta mentre aspetta all’ufficio postale. Nicola si rivolge a avvocati per riceverli e quando sembra arrivino si indebita con uno strozzino che gli mangerà gran parte dei denari. Lo stesso arriva a comprarsi una Mercedes, il suo sogno, che importa vivere in tre locali in cinque. Succede che il figlio una notte prenda su l’auto e la segni. Nicola non resiste e picchia selvaggiamente il ragazzo, per salvarlo dalle sue mani chiamano il violento nipote. Nicola non andrà più in auto, e sua madre per mantenere la famiglia ha bisogno di un uomo che guadagni non di un fannullone. Ciprì resta sempre in superficie, non riesce mai a emozionare no nonostante la forza della storia, perché frammenta tutto, come si fa in tv, ma qui non è “Cinico TV” è la Mostra di Venezia.

03-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

NINNA NANNA PER UN PADRE TRA I GIGANTI DEL CINEMA
“Lullaby” vuol dire “ninna nanna”, e come una ninna nanna per adulti è “Lullaby to My Father” di Amos Gitai, una coproduzione a tre tra Israele, Francia e Svizzera, per un film che gronda famiglia e Storia, e altro non può essere visto il nome del padre del regista: Munio Gitai Weinraub. Architetto funzionalista, Munio Gitai Weinraub (1909-1970) studiò in Germania, al Bauhaus con Ludwig Mies van der Rohe, di cui divenne collaboratore per diversi lavori tra il 1930 e il 1931, poi racconta il figlio: “ Viene arrestato dai nazisti, picchiato, gli rompono i denti. È  rilasciato grazie al padre della fidanzata non ebrea.Gli amici lo aiutano a varcare la frontiera svizzera.Fino a Basilea,  La città dove Herzl aveva parlato della creazione di un Judenstaat, uno Stato ebraico / Moderno e laico” E Munio  Gitai aiuterà la formazione della nuova Israele. “Dopo essere fuggito dall’Europa sul ponte di una nave quando gli svizzeri cominciarono a rimandare gli ebrei tedeschi in Germania”  arriva in Palestina. Disegnerà oltre 8000 edifici, compresi importanti kibbutz, il memoriale per l’Olocausto a Yad Vashem e la sinagoga centrale di Haifa. Per raccontare suo padre Amos Gitai usa le voci di Jeanne Moreau e Hanna Schygulla, inscena un processo nazista, visita il Bauhaus, ne riscopre gli spazi, le prospettive, le idee, mostra documenti, fotografie, lettere, usa testimonianze per dar vita a un padre morto troppo presto. Uno dei momenti più toccanti è l’intervista che il regista fa alla propria moglie, e lei commossa gli spiega che lo ama anche perché in lui vede lo spirito di un suocero che amava la sua famiglia, il suo paese, l’arte utile al popolo. Amos Gitai offre con questo film una grande e civile lezione di cinema, di storia, di architettura, di vita. Camminando con lui percorriamo il tempo di una civiltà la nostra che ha perso la spinta al futuro che animava altre generazioni, non lontane dalle nostre, quelle dei nostri padri. E uno sguardo indietro che diventa potente lezione la Mostra lo da in una delle sue nuove sezioni Venezia Classics, nata sulla scia di Cannes, un cammino per non dimenticare il grande cinema, per ripassare la lezione che ha dato e sono proiezioni sempre gremite da un pubblico giovanissimo e attento. Venti minuti di applausi sono stati qui riservati a Michael Cimino, che la Mostra ha onorato e premiato, per il suo leggendario “Heaven’s Gate” (1980) un film  qui riportato alla sua durata iniziale, 219', dopo il taglio della produzione che lo aveva ridotto a 149’, togliendone rabbiosamente il senso, il film è stata la causa del fallimento della United Artists, ma questo non giustifica il tradimento a un autore che con la sua carriera ha onorato il cinema. Ecco quindi la bellezza di questi “Cancelli del cielo” un film che sprizza cinema in ogni immagine interpretato da attori straordinari come una grandiosa e bellissima Isabelle Huppert, un inimitabile Kris Kristofferson e un Christopher Walken in gran spolvero. Il film fu definito un anti western mentre è la summa di tutti i film western, la bellezza del raccontare di Cimino, il suo far parlare paesaggi e cose, il suo saper dire con dolcezza infinita e violenza inaudita, il suo diredi uomini e dei loro sentimenti, il suo denunciare un paese che nel 1892, come succede oggi, massacra gli immigrati in nome dei personali interessi di pochi, queste sono tutte cose che fanno del film un unico inimitabile oggetto d’arte e cultura. E il pubblico di Venezia si è commosso e ha capito.

03-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Tematica religiosa anche per l´israeliano «Fill the Void»: amore e famiglia tra ebrei ortodossi a Tel Aviv
Applausi ma anche tanti fischi
Malick è poetico e sconcertante
«To the Wonder» è un film-fiume su religione e senso della vita Immagini stupende e Ben Affleck gelido come un pesce in frigo
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Pare una mostra nel segno della religione, se questa ha ancora la forza di indicare un cammino di cultura e civiltà.
Cineasti ultimi profeti? Almeno sono capaci di smuovere opinioni, di riabilitare termini fuorimoda come intellettuale, impegno, Stato sociale, prendensosi la libertà di restituire a queste parole un senso, mentre vediamo oggi il fallimento umano, politico e economico di chi non voleva più sentirle. Ecco allora in concorso l´attesissimo (e fischiatissimo) To the Wonder di Terrence Malick e l´israeliano Lemale Et ha´Chalal (Fill the Void) di Rama Burshtein.
Per vedere il film di Malick c´erano già le file davanti all´entrata alle 7,45 (il film cominciava alle 9 e le porte le aprono una decina di minuti prima), potenza del nome ormai mitico di un cineasta fuori dal comune, uno che compone i film come fossero sinfonie o poemi sinfonici, e che in questo To the Wonder in parte stecca perché introduce nel suo procedere narrativo un elemento che disturba: il ballo, la danza. Succede che una delle protagoniste passi il tempo a saltellare di qua e di là sullo schermo, senza nesso apparente. Una manifestazione di vitalità? La trovata toglie ritmo e respiro al procedere drammatico del film.
Non che manchino belle pagine in questo nuovo lavoro di Malick, per chi accetta la sua prolissita. Già noto per girare con tempi eterni, ora apre all´eternità anche il prodotto finale del lavoro. Dopo aver vinto a Cannes l´anno scorso con Tree of life ha già tre progetti da finire per il 2013, forse per festeggiare i settant´anni, che compirà proprio il prossimo anno.
Come nel film di Cannes, anche alla base di questo ci sono due concetti importanti — la vita e la religione — con varianti come l´amore tra familiari e quello tra persone che hanno un cammino da percorrere insieme.
Qui ci si presenta subito un uomo, Neil (un Ben Affleck meno caloroso di un pesce congelato), e una giovane donna, Marina (Olga Kurylenko, quella che balla svampitella, con una gamma di espressioni che assomigliano a quella di Affleck). Li vediamo a Parigi e poi a Mont Saint Michel a fare i conti con le maree; sono immagini eleganti, che raccontano cultura e civiltà, mentre le voci fuori campo costruiscono un´intima storia d´amore.
Poi lentamente il film si perde. Scopriamo che lei è francese, che ha una figlia e un marito fuggito ai Caraibi con un´altra. Lui è americano; innamorato, la porta nel suo paese immerso in un grigio Oklaoma. Qui le cose non funzionano, soprattutto per l´indecisione di lui, che si occupa del controllo dell´inquinamento delle acque e dei terreni, un lavoro ingrato che lo mette contro la gente che protesta. Madre e figlia ripartono. Lui, solo, incontra una compagna di scuola e inizia una bella storia d´amore, interrotta da una chiamata di lei, sola e senza lavoro a Parigi: la figlia ha preferito il padre a una madre senza futuro. Lui la riprende senza amarla, la sposa per permetterle di stare negli USA, ma non serve, lei non trova un senso alla sua vita e lo tradisce, poi tutto va a rotoli, tornerà in Europa, rivedrà Mont Saint Michel da lontano. Minimi i dialoghi, sono le voci della coscienza che parlano, e fra tutte quella di un prete latinoamericano (Javier Bardem), catapultato in un mondo che non conosce, attivo nelle opere di misericordia e attento nelle prediche domenicali, che anche Neil e Marina ascoltano; lei fa anche la comunione.
Il prete, come gli altri, cerca di capire il senso profondo dei gesti che fa, non si accontenta di «agire bene», cerca in Dio una collaborazione che non riesce a sentire.
È un film complesso e intenso, che costringe a pensare, anche se non perfetto, perché da Malick tutti aspettano la perfezione. Ma che festa delle immagini a ogni suo film!
Il secondo film in concorso, Fill the Void (riempire il vuoto) ci porta a Tel Aviv, all´interno di una famiglia di ebrei ortodossi hassidici, dove una diciottenne (la bravissima Adas Yaron) aspetta di sposarsi; sua sorella muore improvvisamente di parto, lasciando un bimbo e un vedovo da consolare. La madre della ragazza per paura di perdere il nipote convince la figlia a sposare il cognato. Rama Burshtein racconta di un mondo chiuso, stretto nei riti della religione che nascondono le emozioni e tagliano ogni possibilità di cambiamento a un mondo ancestrale segnato dal totale maschilismo e dall´adesione delle donne a questo. Gli uomini cantano, ridono e si ubriacano, le donne assistono in silenzio. La dittatura della religione pesa soprattutto su loro, come sempre, purtroppo.

03-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Pierce Brosnan redento
L´ex O07 ora è buono per l´Oscar Susanne Bier
Pierce Brosnan e Trine Dyrholm, al Lido con «Love is all you need»
Tocca a un bravo Pierce Brosnan, ex 007, la palma del più buono, nella domenica festivaliera, è lui infatti il protagonista con Trine Dyrholm (considerata in diverse classifiche la miglior attrice del nostro tempo), della bella commedia Love is all you need firmata dalla premio Oscar Susanne Bier. Presentato, incomprensibilmente, fuori concorso il film ha divertito il pubblico, che lo ha accolto trionfalmente, per la sua verve, per la delicatezza con cui va a toccare i temi più profondi come il matrimonio, la religione, l´omosessualità, il tradimento, l´elaborazione del lutto, il cancro, per la lucidità di una sceneggiatura attenta a calibrare le emozioni, per una regia impeccabile. Girato in gran parte in Italia, sulla costiera amalfitana e a Sorrento, il film è una grande e corale storia d´amore, e ha il merito di mostrare all´asfittico cinema italiano come si gira un film, come si raccontano i luoghi, come il paesaggio si possa valorizzare, come anche il luogo più visto si possa mostrare con originalità. Quello che la danese Susanne Bier ha è la cultura, che non è una fiammella di sapienza pentecostale, ma un tragitto umano di conoscenza intellettuale e di conoscenza del mondo e delle sue cose. Subito ci presenta i protagonisti della vicenda due giovani che arrivano a Sorrento per sposarsi, poi ci porta in Danimarca per mostrarci la madre di lei, Ida (Trine Dyrholm), che esce preoccupata da una visita di controllo, ha un cancro alla mammella, porta una parrucca perché con la chemio ha perso i capelli, e quando arriva a casa trova il marito che fa l´amore con la segretaria. Il padre del ragazzo, Philip (Brosnan) è vedovo e a capo di una grossa azienda. Si incontrano all´aeroporto per partire, lei distrugge la macchina di lui nel parcheggio. All´arrivo lui comincia a guardarla, una mattina la scopre mentre fa il bagno, il capo scoperto, la parrucca sulla spiaggia, si innamora di questa donna, bella comunque, coraggiosa. Intanto fervono i preparativi del matrimonio.U.B.

02-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Lullaby to My Father, Munio Gitai Weinraub (1909-1970)
Munio mio padre / Come tutti quelli della sua generazione / Applicava all’architettura / La nozione di modestia, di ritegno / L’obbedienza a un progetto collettivo / Che è anche questa la tradizione del Bauhaus / E non solo gli edifici ortogonali / Immaginiamo che adesso io cominci a lavorare a un film / Sulla sua biografia / Sulla geografia / E sulla geometria dell’architettura / Vorrei mostrare i legami tra i movimenti / Storici e politici / Che hanno creato e affermato / Il linguaggio minimalista, fattuale / Queste sono conseguenza della razionalizzazione del design / E della rivoluzione tecnologica / Vissute in tutte le grandi città come Berlino / Nel secolo precedente – / Il periodo che ci riguarda – / Berlino che allora appariva come un agglomerato di borghi prussiani / Aveva bisogno di sviluppare un’unità di stile / Una logica industriale / E doveva pianificare / L’habitat per le masse / Nel contesto della cultura di massa / Quella di Benjamin, Adorno, Marcuse / Nello stesso momento, ma in un’altra città, a Francoforte, / La creazione di una teoria / E la sua iconografia architettonica / Nel linguaggio dell’architettura / Di Hilbersheimer e di Hannes Meyer / Quest’ultimo, con Walter Gropius / Incontra Munio allora diciottenne, / Appena giunto dalla città della Slesia-polacco-tedesca / Di Bielsko-Biala o Bilitz – / Come accade da noi, il nome dipende da chi rivendica un territorio / Se i polacchi, i tedeschi o gli austro-ungarici – / E quindi nel corso dell’incontro Hannes Meyer / consiglia al giovane Munio, prima di iscriversi al Bauhaus di Dessau / Di studiare come carpentiere in una scuola di stile neoclassico, / La Tischlerschule / È una concezione della forma radicalmente opposta / Ma Gropius riconosce a quei “conservatori reazionari” / La capacità di lavorare il legno / / Dopo un anno passato a imparare / L’ornamento neoclassico / Munio viene ammesso al Bauhaus / Dove, nel migliore spirito dialettico, / Gli viene chiesto di utilizzare la sua conoscenza del legno / Mettendo in discussione la concezione della forma / / Il film affronterà questioni molto ampie: / Come il giovane Munio è arrivato / Da Bilitz via Dessau all’atelier dell’ultimo leggendario / Direttore del Bauhaus / Mies van der Rohe / E come ha lavorato all’ultima mostra prima dell’ascesa di Hitler / Nel 1931 / E come gli ebrei e i socialisti sono stati cacciati / Dal Bauhaus / Allora Mies van der Rohe / Pensava ancora di blandire i nazisti / Con l’espulsione di una parte dei suoi studenti / I radicali, gli ebrei, o gli ebrei radicali / E come non vi sia riuscito Lui, voglio dire / Mies van der Rohe / E come i nazisti non approvarono il suo progetto / Per il quartier generale del partito a Monaco / Ciò che ha salvato Mies / Dal punto di vista della storia / È il gusto nazista per il kitsch e il monumentale / Torniamo a Munio / Viene arrestato dai nazisti, picchiato, gli rompono i denti / Ed è rilasciato grazie al padre della fidanzata non ebrea / Gli amici lo aiutano a varcare la frontiera svizzera / Fino a Bâle, / La città dove Herzl aveva tenuto il primo Congresso sionista / In epoca precedente, nel 1897 / A Bâle, Herzl aveva parlato / Della creazione di un Judenstaat, uno Stato ebraico / Moderno e laico / E del sogno di trasformare Haifa in una grande città portuale / Senza rabbini né militari / Una capitale industriale / Una città moderna / Simili a quelle che Munio cercherà di progettare / Quarant’anni più tardi / Dopo essere fuggito dall’Europa sul ponte di una nave / Quando gli svizzeri cominciarono a rimandare gli ebrei tedeschi / In Germania / Munio pensa che sia il momento di andare verso Est / Di provare altre cose / Di costruire l’industria nella baia di Haifa / Seguendo l’idea di Herzl / Di pianificare i kibbutz / E i dormitori dei bambini per un’educazione collettiva / Per la creazione di un uomo nuovo / Vicino al realismo socialista / E anche di disegnare le case popolari per coloro che / In breve tempo / Vorranno salvarsi dall’Europa e dall’Africa del nord. / Munio è là, col suo cappello floscio / L’abito semplice, la cravatta in tono al suo abito / Nel calore intenso della Terra di Israele, come un immigrato. / Munio sceglie un linguaggio architettonico moderno / Non sentimentale / Lo spazio sarà diviso in tre patii / La Hall principale si affaccerà sul paesaggio del kibbutz / Con la sua semplicità, il minimalismo e il rigore / Rimarrà uno dei suoi lavori più importanti / La costruzione ha inizio nel 1963 / L’edificio viene ultimato nel 1967 / Un anno che sembra avere solo sei giorni / Perché è il nome della guerra che scoppia a giugno / Proprio a metà dell’anno / A Munio non restano che tre anni di vita / Gli hanno diagnosticato una rara forma di cancro del sangue, una leucemia / Decide allora di giudaizzare il suo nome in Gitai / A partire dalla radice gat, torchio / E banai, muratore / Cioè l’operaio che porta i grappoli al gat / E ne fa del vino / O colui che porta le olive al gat / Per produrre dell’olio extravergine / Beninteso si tratta di un processo che / Richiede una spremitura assai forte / Le olive o il grappolo / Perché divengano un liquido puro / Unico / In quegli anni anche il volto dell’architettura israeliana cambia / Dopo la conquista del nuovo impero / Gli architetti israeliani / Adottano uno stile che gli inglesi definiscono / Con il termine tecnico / Brutal architecture / Alcune cittadelle vengono erette in Cisgiordania / Edificate con questa architettura brutale in cemento armato ben evidente / In quel momento la tendenza predominante / Era di abbandonare / L’architettura minimalista, fragile / Della generazione precedente / L’Angelo della Morte libera Munio dalle sue sofferenze / E dall’obbligo di collaborare – sì, di collaborare – / Con una nuova architettura aggressiva. Firmato: il suo giovane figlio Amos

02-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

E AL LIDO SCOPPIA LO SCANDALO
Erano anni che mancava un vero scandalo alla Mostra, ed ecco che scoppia clamoroso e violento per uno dei film più attesi dalla stampa internazionale “Paradies: Glaube” (Paradiso: Fede) seconda parte di una trilogia che l’austriaco Ulrich Seidl, uno dei registi oggi più importanti nel panorama mondiale, ha iniziato con “Paradies: Liebe” visto a Cannes, la terza parte la si vedrà probabilmente a Berlino. Nel primo film avevamo incontrato Teresa, una donna anziana che con le sue amiche si recava in Kenya per ritrovare il piacere dei sensi acquistando i corpi di giovani africani. Qui la protagonista è la sorella di Teresa, Annamaria, una donna matura e persa in una fede selvaggia, come spiega il regista “ Il punto di partenza per la sceneggiatura è stata la storia vera che ho mostrato nel mio documentario, “Jesus, Du weisst”, e che poi ho sviluppato in “Paradies: Glaube”, con personaggi e situazioni di fantasia. Il film racconta la storia di una donna che, delusa dall’amore terreno e dal suo matrimonio (con un musulmano), si rivolge a Gesù – che non solo adora e ama spiritualmente, ma desidera anche sessualmente come amante. Durante la genesi del film, che è durata quattro anni, il mio interesse si è rivolto soprattutto al conflitto coniugale che scoppia il giorno in cui il passato di Annamaria irrompe nel suo presente. La donna non capisce che proprio la sua adorazione cieca per Gesù la porta all’inumanità e all’incapacità di provare amore – e alla perdita di quella virtù cristiana che permette di amare il prossimo”. Quello che ha provocato irritazione in molti, dure discussioni e scandalo è la messa in scena, tipica dell’autore, cruda e  priva di ipocrite mezze misure, dove l’idea non resta solo nelle intenzioni, ma è pietra che oltre a muovere uno  stagno ferisce. Scopriamo Annamaria, che lavora come radiologa in ospedale, che si fustiga davanti al crocefisso, si tormenta con il cilicio, come  Paolo VI e la senatrice Binetti, cammina in ginocchio per la casa ferendosi, e che  trascorre le ferie tormentando famiglie di immigrati con una Madonna portatile e l’acqua santa, con lo scopo di convertirli e riportare l’Austria al cattolicesimo. Nella notte usa lo stesso crocifisso per spendere i suoi baci e per masturbarsi, ed è questo momento che ha scatenato lo scandalo. Se a questo aggiungiamo il marito musulmano che, arrabbiato con lei, fa a pezzi altri crocifissi e immagini sacre, mandando in frantumi anche il ritratto di Benedetto XVI ( qui il pubblico come Franti ha riso), prima di bestemmiare contro la comunità che la moglie ospita di tanto in tanto. Immagini certamente forti, mai pornografiche, ma capaci di scuotere coscienze assopite, le cui voci si sono subito alzate in nome della religione tradita. Non che il musulmano ci faccia una bella figura, anzi, ma un crocifisso usato sessualmente non si era mai visto, e solo un regista potente come Seidl poteva pensarlo e di certo è molto più dura l’immagine della protagonista che arrabbiata sputa contro lo stesso, o la parte in cui lei cerca di coinvolgere nella fede un immigrata dell’est senza documenti, che sopravvive prostituendosi e che si ubriaca per dimenticare convinta, nonostante Annamaria, che sia meglio una birra che il buon Dio che se ne resta nei cieli. Con rigore Seidl aggiunge un tassello importante al suo cammino, il film precedente rimandava  a un tempo primordiale in cui il sesso non era un problema anche per le donne, qui mostra il rapporto tra donne e sesso che viene segnato dalla religione, dalle religioni, e si resta sconvolti dall’idea sottolineata dal regista in una dei momenti più felliniani del film, quando nella notte Annamaria scopre un gruppo di uomini e donne che in un campo lontano dalle luci della città fanno sesso insieme. Nascosti. Lei ne è sconvolta. Grandiosa è l’interpretazione di Maria Hofstätter ben coadiuvata da Nabil Saleh. Di sicuro un film per discutere, che non lascia indifferenti, come i grandi film sanno fare, e il secco linguaggio cinematografico di Seidl è garanzia di questo. Sul tema della fede interviene fuori concorso anche Liliana Cavani con il suo “Clarisse”, prodotto da Claudia Mori. La regista ci porta in un convento di Clarisse nella provincia di Urbino per parlare con loro della fede oggi, del senso del loro pregare, del rapporto con una chiesa misogina, e loro chiaramente rispondono. “Non c’è un rapporto di dare e avere con le gerarchie maschili, semplicemente non ci vedono, e non vedono solo noi non vedono neppure tutto un mondo che sta male.”, spiega la superiora, e una giovane le fa eco “Abbiamo perso l’insegnamento di Gesù , è san Paolo che parla della donna come essere secondario, Gesù aveva un’altra idea”. “La gente non capisce perché preghiamo, e anche noi sappiamo che poco possono le nostre preghiere, ma lo stesso servono, se non ci fossero non sarebbe la stessa cosa”, dice un’altra, e un’altra giovane ancora: “ Lo sbaglio è l’aver ridotto la fede al crocifisso e non alla Risurrezione, e ora è difficile spiegare a tutti che il Crocifisso e il Risorto sono la stessa persona, che il segnale che abbiamo avuto, che risorgeremo è quello che da un senso al nostro vivere”. Liliana Cavani pone domande importanti, con una fede illuminata dalle idee riceve parole che regalano speranza. In un giorno di scandalo.

02-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

C’ERANO UNA VOLTA MICHAEL JACKSON E I CONTADINI
Spike Lee sbarca al Lido con un santino ricordo di quella stella che fu Michael Jackson, approfittando dei 25 anni dalla pubblicazione di “Bad”, settimo album del re del pop, Lee  in coincidenza con la pubblicazione di un’edizione speciale intitolata “Bad 25”, lancia qui l’omonimo “Bad 25” un lunghissimo documentario composto da interviste e materiali di repertorio. Non c’è traccia di alcun giudizio critico nel film, che semina incenso e petali di rose a piene mani, celebrando Jackson come un moderno e indimenticabile eroe, senza accorgersi, nel miope gioco di non rendere certo vantaggi a un mito, che per stessa ammissione di qualche intervistato, appartiene a un altro tempo. Vederlo ballare sul palco da imbarazzo pensando alle emozioni che sapevano portare Freddy Mercury e Mick Jagger, e fa pena rivederlo mentre fragile, con flebile vocina fa i giochetti in sala registrazione e nelle interviste. Sono 25 anni pesanti quelli che sono passati, era l’epoca prima di internet, dei primi sporchi video, della pellicola che marcia senza problemi. Aiutato dal potente Quincy Jones, che gli aveva regalato cinque anni prima il successo planetario di “Thriller”, vediamo Michael Jackson e uno stuolo di collaboratori alle prese con i brani di Bad, che risulterà essere il primo (ora c’è anche “Teenage Dream” di Katy Perry) a conquistare il primato nel Billboard Hot 100  con cinque singoli: “I Just Can't Stop Loving You” ( con Siedah Garret), "Bad" ( di cui vediamo parte del corto girato da Martin Scorsese), “The Way You Make Me Feel”, "Man in the Mirror" e "Dirty Diana", in un altro pezzo dell’album “Just Good Friends” Jackson canta con Stevie Wonder. Di un’altra faccia degli Stati Uniti, ma con la stessa puzza di soldi, parla Ramin Bahrani nel suo “At Any Price”, un ritratto senza sconti del mondo agricolo oggi. Il regista ci porta nello Iowa tra campi sconfinati di mais tran genico, dove poche famiglie cercano di arricchirsi sempre di più, lottando tra loro, con i figli che hanno solo due soluzioni o andarsene o lavorare la terra, ma non con le mani, centinaia di ettari sono lavorati senza aiuto di manodopera, solo con le macchine, è l’agricoltura intensiva moderna. Guidata dall’industria chimica che obbliga i contadini a non ripiantare i semi, ma a ricomprarli ogni anno, per pagare la ricerca dicono. Qui incontriamo Henry (Dennis Quaid) alle prese con alcuni problemi, un concorrente lo ha superato nella vendita dei semi, sua moglie ha scoperto che ha un amante, il figlio maggiore lo ha lasciato, il minore, Dean (Zac Efron) vuol diventare campione con le macchine da corsa, e ha un’ispezione perché è accusato di aver riusato i semi, di più di averli anche venduti. Henry non è un tipo simpatico, è un uomo pieno di se, incurante di quello che pensano gli altri, ma anche capace in un momento tremendo, Dean ha ucciso un coetaneo, di salvaguardare il figlio. Intorno agli uomini un mondo di donne che ha due scelte. Chiudere gli occhi e accettare tutto o andarsene. Non è più la terra di Rossella O’Hara, è una terra che ha cacciato i contadini, che serve solo a far soldi, tanti soldi, e per i soldi tutto vale, anche un ragazzo morto. Bahrani ha buona mano nel raccontare, Dennis Quaid sa come si recita e la compagnia lo segue. Questa è l’America.

02-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

«The Master», con un grande Philip Seymour Hoffman. «È stato il figlio», convince Toni Servillo in noir
Scisma per la setta di Anderson
Ciprì bravo ma troppo televisivo
Discordi i giudizi sul film ispirato a Scientology. Frammentario alla regia, senza Maresco, in una storia di mafia e soldi

Ugo Brusaporco
VENEZIA
Neppure il Lido invaso per il finesettimana accontenta alberghi, bar e ristoranti, che si lamentano per le scarse presenze; lunghe file davanti alle botteghe alimentari, non è periodo di vacche grasse, chi può torna a casa la notte, altri si sono sistemati sui camper che hanno invaso i parcheggi. Per un primo e un dessert, senza vino, puoi pagare 47 euro. In concorso si sono visti l´attesissimo The Master di Paul Thomas Anderson ed È stato il figlio di Daniele Ciprì, per la prima volta senza Franco Maresco. In The Master, Anderson, autore anche della sceneggiatura, adombra la nascita di Scientology, che Wikipedia definisce «la più costosa religione della Terra».
Divisi i giudizi sul film favorito per i Leoni. Protagonisti sono un marinaio reduce dalla guerra e diventato violento vagabondo, Freddy (Joaquin Phoenix), e un arrivista megalomane e autoritario che si è inventato una setta pseudoreligiosa per far soldi, Dodd (un Philip Seymour Hoffman in gran spolvero). I due si incontrano casualmente, Dodd sta compiendo una crociera con famiglia e amici che credono in lui, quando una notte gli capita a bordo Freddy, ubriaco fradicio dopo aver lasciato il lavoro di contadino, l´ultimo dei suoi lavori da reduce, dopo aver fallito come fotografo per il suo carattere violento. Dodd lo accoglie, vuole sperimentare su di lui le sue teorie. È un caso difficile: il padre di Freddy è morto alcolizzato, la madre è in manicomio. I due si trovano sull´alcool, amano entrambi ubriacarsi e Freddy prepara bombe da bere, con medicinali e vernici. Diventano dipendenti uno dell´altro e Freddy prende sul serio il suo ruolo di spalla, andando a massacrare chi critica la setta.
La polizia segue Dodd e in una città lo costringe a restituire le somme che si era fatto dare da una giovane in difficoltà. Passano gli anni, Dodd continua gli esperimenti su Freddy, ma per noie giudiziarie deve abbandonarlo per fuggire in Inghilterra, dove fonda una scuola di successo. Si rivedranno, ma Freddy capirà che l´amico è nelle mani della moglie. Finalmente è libero, incontra una donna e finalmente fa l´amore, dopo lunghi anni: l´ultima volta l´aveva fatto in spiaggia, durante la guerra, in spiaggia, con una bambola di sabbia. Il racconto di Anderson è monotono e noioso; forse frenato dal timore di dire troppo svuota una storia che poteva diventare più forte e meno calligrafica. Peccato.
Non convince — pure se accolto da otto minuti di applausi — È stato il figlio, commedia noir di Daniele Ciprì ambientata in una Palermo periferica e decadente. Il regista spiega: «In questo film ho ritrovato il sapore dei personaggi che mi hanno ispirato in passato e ai quali resterò sempre legato. Per esempio, Busu ricorda molto Tirone (il ciclista di Cinico TV) che sbrigava le faccende degli altri per racimolare qualche soldo e non aveva relazioni con le donne. Questo mi ha dato la possibilità di sentire questa storia “mia” senza tradire il romanzo omonimo di Roberto Alajmo».
Il difetto principale del film è il suo taglio televisivo, episodico; si sente la mancanza di un´idea precisa da affermare. Protagonista della vicenda è la famiglia Ciraulo. Nicola, il padre (il bravo Toni Servillo), si arrabatta, rivendendo il ferro delle navi in disarmo, per mantenere la moglie, i genitori e i due figli Serenella, la più piccola, e l´inconcludente e annoiato Tancredi, un fannullone già senza prospettive a 21 anni.
Per colpa del suo adorato nipote, un giovane già inserito nel mondo mafioso, viene uccisa la sua bambina: dei killer attendono il giovane e per sbaglio colpiscono la bimba. Un´ombra oscura la vita della famiglia, ma un vicino suggerisce di reclamare i soldi che lo Stato concede ai famigliari delle vittime di mafia. Il risarcimento è di 220 milioni di lire. La vicenda è ambientata nei ricordi di un uomo, il figlio, che la racconta mentre aspetta all´ufficio postale. Nicola si rivolge a avvocati per ricevere i soldi e quando sembra arrivino si indebita con uno strozzino che gli mangerà gran parte della somma. Intanto arriva a comprarsi una Mercedes, il suo sogno, che importa vivere in tre locali in cinque. Succede che il figlio una notte prenda l´auto e la danneggi. Nicola non resiste e picchia selvaggiamente il ragazzo; per salvarlo dalle sue mani chiamano il violento nipote. Nicola non andrà più in auto, e sua madre per mantenere la famiglia ha bisogno di un uomo che guadagni, non di un fannullone. Ciprì resta sempre in superficie, non riesce mai a emozionare no nonostante la forza della storia, perché frammenta tutto, come si fa in tv, ma qui non è Cinico TV è Venezia.

01-09-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Il regista austriaco ha presentato alla Mostra il secondo film della trilogia iniziata con «Paradies: Liebe»
Seidl unisce sesso e crocifisso
E al Lido scoppia lo scandalo
La fede cattolica portata all´estremo in «Paradies: Glaube» La Cavani racconta con coraggio le donne nella Chiesa in «Clarisse»

Ugo Brusaporco
VENEZIA
Erano anni che mancava un vero scandalo alla Mostra, ed ecco che scoppia clamoroso e violento per uno dei film più attesi dalla stampa internazionale, Paradies: Glaube (Paradiso: Fede) seconda parte di una trilogia che l´austriaco Ulrich Seidl, uno dei registi oggi più importanti nel panorama mondiale, ha iniziato con Paradies: Liebe visto a Cannes, la terza parte la si vedrà probabilmente a Berlino.
Nel primo film avevamo incontrato Teresa, una donna anziana che con le sue amiche si recava in Kenya per ritrovare il piacere dei sensi acquistando i corpi di giovani africani. Qui la protagonista è la sorella di Teresa, Annamaria, una donna matura e persa in una fede selvaggia, come spiega il regista: «Il film racconta la storia di una donna che, delusa dall´amore terreno e dal suo matrimonio (con un musulmano), si rivolge a Gesù –che non solo ama spiritualmente, ma desidera anche sessualmente. La donna non capisce che proprio la sua adorazione cieca per Gesù la porta all´incapacità di provare amore e alla perdita di quella virtù cristiana che è l´amare il prossimo».
Quello che ha provocato irritazione in molti, dure discussioni e scandalo è la messa in scena, tipica dell´autore, cruda e priva di ipocrite mezze misure, dove l´idea non resta solo nelle intenzioni, ma è pietra che oltre a muovere uno stagno ferisce. Scopriamo Annamaria, che lavora come radiologa in ospedale, che si fustiga davanti al crocefisso, e di notte usa lo stesso crocifisso per spendere i suoi baci e per masturbarsi, ed è questo momento che ha scatenato lo scandalo. Se a questo aggiungiamo il marito musulmano che, arrabbiato con lei, fa a pezzi altri crocifissi e immagini sacre, mandando in frantumi anche il ritratto di Benedetto XVI (qui il pubblico come Franti ha riso), prima di bestemmiare. Un crocifisso usato sessualmente non si era mai visto, e solo un regista potente come Seidl poteva pensarlo e di certo è molto più dura l´immagine della protagonista che arrabbiata sputa contro Cristo. Grandiosa è l´interpretazione di Maria Hofstätter ben coadiuvata da Nabil Saleh.
SUL TEMA DELLA FEDE interviene fuori concorso anche Liliana Cavani con il suo Clarisse, prodotto da Claudia Mori. La regista ci porta in un convento di suore nella provincia di Urbino per parlare con loro della fede oggi, del senso del loro pregare, del rapporto con una chiesa misogina, e loro chiaramente rispondono. «Non c´è un rapporto di dare e avere con le gerarchie maschili, semplicemente non ci vedono, e non vedono neppure tutto un mondo che sta male», spiega la superiora. E una giovane le fa eco: «Abbiamo perso l´insegnamento di Gesù , è san Paolo che parla della donna come essere secondario, Gesù aveva un´altra idea».
«La gente non capisce perché preghiamo, e anche noi sappiamo che poco possono le nostre preghiere, ma lo stesso servono, se non ci fossero non sarebbe la stessa cosa», dice un´altra, e un´altra giovane ancora: «Lo sbaglio è l´aver ridotto la fede al Crocifisso e non alla Risurrezione, e ora è difficile spiegare a tutti che il Crocifisso e il Risorto sono la stessa persona, che il segnale che abbiamo avuto, che risorgeremo è quello che da un senso al nostro vivere». Liliana Cavani pone domande importanti, con una fede illuminata dalle idee riceve parole che regalano speranza. In un giorno di scandalo.

31-08-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Giannoli, dura critica ai media che rincorrono un idolo banale
Di inquietante bellezza «Izmena» del russo Kirill Serebrennikov sui tradimenti di due coppie, spicca la fotografia di Lukichev
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Ci sono film che ti costringono a guardarti allo specchio, succede con Superstar del francese Xavier Giannoli, dove il protagonista è un uomo normale, così normale da apparire persino banale. Presentato in concorso il film ispirato a L´idol, romanzo di successo di Serge Joncour, porta sulla scena la tragicomica vicenda di uomo che alla vita chiede solo la tranquillità: «So che potrei puntare in alto, ma preferisco puntare un po´ più in basso», confida in un momento di sincerità. Il suo nome è Martin Kazinski (un bravissimo Kad Merad), lavora in una fabbrica dove smontano computer, è responsabile di un piccolo reparto dove sono impiegati ragazzi e ragazze down, tutti lo amano, sono la sua famiglia. La sua vita cambia una mattina, mentre va al lavoro in metro, per gioco due ragazzi scattano sue foto con il telefonino, anche altri passeggeri incuriositi scattano foto, qualcuno conosce il suo nome e lo diffonde, immediatamente le sue immagini volano su internet. Martin si ritrova inseguito, braccato, prima da un mondo con il telefonino pronto, poi da quelli delle tv, dai giornali. Assediato, non riesce a entrare al supermercato, non può salire sui mezzi pubblici, è ormai una star, nessuno si chiede perché e lui non comprende.
Sulle sue tracce si mette una produttrice tv, Fleur (la sempre intensa Cecile de France) che lo invita come ospite di un seguitissimo programma tv. Con lui, sconosciuto diventato ormai famosissimo, un noto rapper che vistolo in difficoltà non trova di meglio che zittire il presentatore quando definisce Martin «un uomo banale». Succede il finimondo Martin diventa un eroe rappresenta quella maggioranza silenziosa che vive e manda avanti un paese. Un suo urlo in diretta diventa il simbolo degli indignati, ma della sua fama si interessa anche la malavita che lega le sue foto a un bordello. Quelli che lo osannavano ora lo odiano, gli sputano addosso, lo minacciano e lo feriscono. Martin si ritrova solo con un amico down che non lo abbandona e con un travestito che ha preso le sue parti. Lui si è innamorato di Fleur, ma sa che lei ha costruito la sua carriera proprio sui compromessi, sui letti da frequentare, perché questo è il mondo di chi sogna i soldi, le chiede di lasciare tutto di ritrovare se stessa, lui che ha perso il lavoro, che non ha futuro, ma che finalmente ha riempito la casa di amici. Lei busserà alla sua porta.
Film sull´oggi, giusto il contrario del Reality di Garrone: qui un uomo chiede di non essere famoso, e Giannoli spiega bene che la sua non è una pretesa assurda, che non esiste un essere banale, ma che esistono tanti, troppi esseri ignorati, dai media, dalla politica, da un mondo che vive in superficie, per i soldi. Il regista denuncia anche il marcio dei media, l´incapacità che hanno, tv e giornali, di apprezzare un popolo che in silenzio subisce quanto ogni giorno, ogni ora, viene trasmesso e scritto. È anche una bella riflessione su internet, sulla fretta che si ha di creare notizie e personaggi, sull´incapacità critica di un mezzo così potente, dove tutto è lecito, anche far nascere una star e poi ucciderla.
IZMENA. Sempre in concorso il russo Izmena (Tradimenti) di Kirill Serebrennikov, un film inquietante per la sua bellezza formale composta da un´idea narrativa di grande forza e da una fotografia, di Oleg Lukichev, rigorosa e affascinante. I «tradimenti» del titolo sono il motore di una storia d´amore che nasce dal dolore e si completa nel dolore. Il film si apre in un ambulatorio d´ospedale, lei (una strepitosa Franziska Petri) è una cardiologa, visita un uomo, lui (Dejan Lilic) dice di non star bene. Durante la visita lei con tranquillità gli dice: «Sua moglie è l´amante di mio marito». Lui è sconvolto, insegue lei fuori dall´ospedale, lei prende un bus alla fermata, lui è indeciso, non sale, si sposta per seguirla con uno sguardo, sulla fermata piomba un suv incontrollato seminando morti e feriti. A casa dice dell´incidente alla moglie, è salvo, ma un´ombra si è inserita nella sua vita. Lei e lui si incontrano e lei gli spiega tutto degli amanti, provano a diventarlo anche loro, ma non ne hanno il coraggio, un giorno scoprono in una camera d´hotel i rispettivi coniugi, cadranno dal balcone della stanza, forse non è un suicidio. Dopo la sepoltura si lasciano, si ritroveranno sei anni dopo, per caso, lei sposata con un altro, lui con una nuova famiglia, questa volta diventeranno amanti, e scopriranno il peso di amare tradendo, un peso che non possono portare. Film sui sentimenti, sull´amore che diventa estremo nella sua voglia di esistere comunque, la musica di Rachmaninov racconta il resto in un paesaggio che non regala felicità, ma solo la fatica del vivere. Applausi meritati.

31-08-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Collodi batte Disney
D´Alò riporta Pinocchio alle sue origini italiane

Un Pinocchio italiano ha aperto ufficialmente le Giornate degli Autori, un Pinocchio firmato da Enzo D´Alò e cullato dalle musiche di Lucio Dalla. Nella scia della sua originale idea di animazione (La gabbianella e il gatto), Enzo d´Alò compie con questo film un importante gesto di riappropriazione culturale, riportando in Italia e in paesaggi italiani, una storia che Disney aveva snaturato. I paesaggi ci portano alla Toscana del Collodi, il Grillo parlante che Pinocchio uccide, riappare nelle sue forme solo al capezzale del burattino nella casa della fata Turchina, che è una bambina, e la complicata vicenda con il gatto e la volpe viene resa con la sua dura corteccia toscana.
E magico è D´Alò nell´aprire il film con Geppetto bambino che insegue un aquilone e quell´aquilone sarà il vestito del burattino e ritornerà a volare solo quando Pinocchio diventa bambino, un passaggio che non ha nulla di magico, è come un cammino iniziatico che appartiene a tutti i bambini. Per tutto il film risuona la filastrocca «C´era una volta un re» e le musiche e le canzoni di Lucio Dalla diventano una testimonianza di umile e profonda aderenza all´idea di D´Alò, impreziosendola. Consigliato a tutti quelli che vogliono ritrovare il senso vero di un grande libro.
BURATTINI inconsapevoli e abbandonati sono i bambini raccontati da Marc-Henri Wajnberg in Kinshasa Kids, un docu-film dedicato agli oltre 25mila bambini che provano a sopravvivere da soli o in bande tra i rifiuti e le polveri della capitale della Repubblica Democratica del Congo. Il film si apre con un drammatico rito stregonesco nelle campagne: ai bambini vengono tolte con un morso dello stregone delle budella per liberarli da satana. Uno di questi fugge e si ritrova nella grande città a combattere, a costruire amicizie e futuro. Il film narrativamente sbanda spesso, ma è importante perché è un sincero spaccato di un mondo che conosciamo solo quando disperato prova a arrivare sulle nostre coste.

30-08-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Mira Nair inaugura il festival dicendo no ai fondamentalismi
La storia di un giovane pakistano che con le Torri Gemelle vede crollare i sogni.
«Shokuzai» di Kurosawa è un vero capolavoro

Ugo Brusaporco
VENEZIA
La 69esima Mostra internazionale d´arte cinematografica, che segna il ritorno di Alberto Barbera alla direzione artistica, si è aperta ufficialmente con l´applaudito The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair, e con il capolavoro, fuori concorso, di Kiyoshi Kurosawa Shokuzai (Penitenza).
Il film di Mira Nair, indiana (è nata nel 1957 a Bhubaneshwar) ormai stabilizzatasi a New York, è tratto dal racconto breve omonimo di Mohsin Hamid, pubblicato nel 2007. Una novella che, alla luce di quanto avvenne l´11 settembre 2001, l´attacco alle Torri gemelle di New York, con la conseguente caccia al terrorismo di matrice musulmana, racconta di come un giovane pakistano, di grande intelligenza, arrivato velocemente ai vertici di una grande finanziaria con sede a New York, innamorato corrisposto di una giovane artista ereditiera, vede crollare con le torri anche i suoi sogni, comprendendo però quanto essi fossero vuoti rispetto ai valori della tradizione del suo paese d´origine.
Il film tiene come plot il racconto, ma lo «aggiorna» inserendo un´altra storia più attuale, quella dei rapimenti di americani in Pakistan e dintorni. E proprio dal rapimento di un professore universitario americano a Lahore parte la prolissa narrazione di Mira Nair,
per recuperare l´uomo i servizi segreti americani puntano un giovane collega del professore, Changez Khan (Riz Ahmed), sospettandolo di appartenere all´universo terrorista musulmano, solo per il suo convincere gli studenti dei valori della terra in cui vivono per creare in loro un «sogno pachistano». Per farlo parlare inviano da lui uno scrittore e giornalista che lavora per loro, Bobby Lincoln (Liev Schreiber). Finirà con un dramma, un martire in più. Il film cammina su un filo di lama pericoloso, quello che percorre chi parla di terrorismo islamico e di terrorismo, camuffato da guerra, degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Forse per non lasciar dubbi, Mira Nair insiste per non essere accusata di stare troppo da una parte, e nello stesso tempo annacqua il suo dire. La messa in scena è molto colorata ma senza slanci di regia, gli interpreti tutti misurati e i costumi tutti puliti: il vecchio John Ford raccontava che non è possibile cavalcare un giorno nel deserto, non sporcarsi e non avere una goccia di sudore.
SU ALTRI LIVELLI forse meno spettacolari, viaggia il giapponese Kurosawa con il suo Shokuzai, la sua lezione di regia cinematografica dura 270 minuti, ma lascia stupefatti per la bellezza del suo narrare, per l´essenzialità della sua messa in scena, per il rigore con cui guida gli attori, per il senso che affida al colore e al paesaggio. Si è davanti a un film che emoziona, che sorprende e appaga, raccontando di una donna che cercando l´assassino di sua figlia, distrugge la sua vita e quella di quattro compagne della sua bambina, segnate, incolpevoli, dal suo desiderio di vendetta perché non soccorsero la figlia. Diviso in capitoli, uno per ognuna delle compagne, e un finale. Il primo mostra una donna incapace di amare, che si presta come bambola da guardare a uno sposo che accetta la sua paura di essere toccata, nel secondo è protagonista una insegnante elementare dura con gli alunni e con se stessa, il terzo una donna incapace di accettare la violenza che ha visto e che ha chiuso la sua mente rifiutando di crescere, il quarto una donna crudele, cattiva, che ruba l´amore alla sorella, infischiandosene di ogni sentimento. Tutte e quattro infine uccidono, l´unica a non riuscire è la madre, il suo sarà un destino di penitenza quando scoprirà che a uccidere sua figlia è stato l´odio verso di lei. Un film inquietante, come sempre con Kurosawa Kiyoshi, che si imprime nella mente, come i grandi capolavori.

30-08-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Il regista de «Il silenzio degli innocenti» rende un tributo al cantautore e sassofonista italiano
Demme dentro la Napoli di Avitabile
È musica da ascoltare con gli occhi
L´horror «Bait 3D» del regista tv Rendall ride dei finali de «Lo squalo» ma dà poche emozioni

Enzo Avitabile sbarca alla Mostra veneziana accompagnando il film che Jonathan Demme gli ha dedicato, Enzo Avitabile Music Life. Coprodotto dalla Rai, il film è una bella esplorazione del mondo musicale di uno degli artisti più complessi e indipendenti del panorama italiano. Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia) è un regista eccentrico, capace di rendere tributo a un attivista dei diritti umani come Jean Dominique in The Agronomist e di girare un documentario su Neil Young o un video per The Pretenders, e intanto sta preparando un film 11/22/63 da una novella di Stephen King.
Cosa lo abbia portato a Napoli e a Enzo Avitabile è cosa nota, stava ascoltando la radio mentre guidando attraversava il George Washington Bridge a New York, quando ha sentito una canzone di Avitabile... «and my life changed». Demme non accompagna Avitabile, esce dal documentario, si disinteressa più che può della biografia del personaggio, affonda il suo sguardo sulla musica, è questa la protagonista e suo e nostro è lo stupore nello scoprire come questa affondi nella musica antica e classica, come egli sia riuscito a passeggiare tra i generi cogliendone lo spirito e facendolo rinascere in un´idea «napoletana» della vita e del suonare. Il risultato è un film che non si può ascoltare a occhi chiusi, e che regala agli occhi l´originalità del dettato di un grande maestro delle immagini in movimento.
Su livelli cinematografici più bassi vola Bait 3D, una coproduzione horror tra Australia e Singapore firmata da Kimble Rendall, finora attivo in tv e come aiuto regista. Un´opera prima non priva di idee e simpaticamente ironica, alla fine si rifà ai finali de Lo squalo 1 e 2, ma recitata in qualche modo e in fondo ben prevedibile. E noi ci siamo presi in faccia una secchiata di sangue e qualche ossa in 3D. La lotta per la sopravvivenza regala poche emozioni e tante risate, anche quelle tridimensionali. Il film riafferma l´idea che troppo spesso il 3D sia usato per gonfiare e vendere piccole storie, peccato!

29-08-2012 69° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Lido «glamour» come Cannes
È la formula magica di Barbera

Il nuovo direttore impone l´abito lungo alle proiezioni serali
Meno film ma di livello anche fuori concorso, e divi selezionati
Ugo Brusaporco
VENEZIA
Ancora si lavora sul Lido per preparare l´inaugurazione di questa Mostra d´arte cinematografica di Venezia numero 69. Un festival in cerca di identità, dopo gli affannosi anni di Marco Müller. «Affannosi» perché segnati da continue emergenze di sale, location e idee, appesantito dalla forte presenza dei boiardi del cinema romano e della televisione, che poco hanno a che fare con l´ambiente veneziano con cui non provano neppure un contatto, tanto sono estranei. È questo il principe dei problemi della Mostra e il presidente Baratta, che dirige in toto La Biennale ben lo sa, architettura, musica, danza e teatro hanno un rapporto chiaro con la città, il cinema no, da tempo ormai, da quando la sezione non ha più direttori culturalmente indipendenti.
Quest´anno Baratta, dopo l´amara tragicommedia con Müller, che ha mostrato tutta la pochezza della politica culturale in Italia, ha scelto di riaffidare il timone della sezione cinema a Alberto Barbera,
attuale direttore del Museo nazionale del Cinema di Torino, che già la diresse, con successo, dal 1999 al 2001, erede di Felice Laudadio, e «licenziato» dall´allora ministro Urbani, che gli preferì il più navigato e malleabile Moritz De Hadeln. Ora, ventiduesimo direttore della Mostra e a bissare l´incarico sono stati con lui solo: Ottavio Croze, Gianluigi Rondi e Guglielmo Biraghi (è interessante notare che il primo e il terzo non trovano posto su Wikipedia), Alberto Barbera ha deciso di ridurre il numero dei film da presentare e di recuperare un glamour «alla Cannes», ponendo come obbligo l´abito da sera per le proiezioni serali, passaggio indispensabile se si vuol dare risalto al red carpet, qui rappresentato tra gli altri dai sempreverdi Robert Redford, Gerard Depardieu, Isabelle Huppert e dai più giovani Javier Bardem, Kate Hudson, Ben Affleck, per non dire di Shia LaBeouf, Noomi Rapace e poi Zac Efron, Vanessa Hudgens e Selena Gomez, e tanti e tante altre ancora, soprattutto legati ai film presentati.
IL CONCORSO si annuncia di buon livello, a cominciare dalla presenza di Paul Thomas Anderson (già vincente a Berlino e Cannes) qui con The Master che vede Philip Seymour Hoffman al fianco di Joaquin Phoenix; per non dire di Marco Bellocchio, leggenda del cinema italiano, che porta al Lido con Bella addormentata un ricordo amaro, quello di Eluana Englaro, per la civiltà italiana; di Brian De Palma con Passion, di Kim Ki-duk con Pietà; di Takeshi Kitano con Outrage Beyond; di Terence Malick con To The Wonder; di Brillante Mendoza con Sinapuponam.
Sono 18 i titoli in gara nella sezione principale Venezia 69´ tra cui tre italiani, Fuori Concorso ci sono 15 lungometraggi, 9 documentari negli eventi speciali, mentre la sezioni Orizzonti si compone di 18 più 15 cortometraggi. Sono 10 i lungometraggi restaurati nella retrospettiva «80!», 19 i lugometraggi restaurati nella Retrospettiva «Venezia Classici».
E a completare un quadro degno di Cannes, ci saranno Olivier Assayas con Aprés mai, Ulrich Seidl con Paradies: Glaube (seguito di Paradies: Liebe, visto pochi mesi fa a Cannes), Francesca Comencini con Un giorno speciale, mentre sorprese si aspettano da Harmony Korine con il suo Spring Breakers e da Daniele Ciprì e il suo È stato il figlio.
Ricco il fuori concorso con Amos Gitai, Jonathan Demme che racconta Enzo Avitabile, Spike Lee che si dedica a Michael Jackson e Manoel de Oliveira che fa recitare Claudia Cardinale con Jeanne Moreau. Una Mostra che batte forte un segnale, è il primo festival cinematografico italiano, uno dei più importanti al mondo, anche senza Palazzo del cinema. La Mostra comincia.

Dal 29-08 al 08-09 UGO sara' presente alla 69° Mostra del Cinema di Venezia
 
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