65° FESTIVAL DEL FILM LOCARNO 1-11 AGOSTO 2012 - Ugo Brusaporco | Verona

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65° FESTIVAL DEL FILM LOCARNO 1-11 AGOSTO 2012

 
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CARLO CHATRIAN TREDICESIMO DIRETTORE DI LOCARNO

Il 1° Novembre di questo 2012 Carlo Chatrian prenderà possesso della Direzione Artistica del Festival di Locarno, sarà il tredicesimo direttore artistico della manifestazione. Il primo fu Riccardo Bolla che resse il ruolo per tredici edizioni, dal 1946, anno di fondazione del Festival, al 1958, era il direttore della locale Pro Loco, il suo posto fu preso nel 1960 da Vinicio Berretta che lo tenne fino al 1965 per poi lasciarlo per un anno al professore universitario Sandro Bianconi.  Il 1971 il Festival viene affidato a una Comissione di direzione di sette ticinesi, una specie di governo tecnico. Che chiude gli anni di formazione del Festival, che comincia a diventare grande sotto la direzione di Moriz de Hadeln ( 1972-1977), è lui a dare l’impronta internazionale del Festival. Dal 1978 al 1981 direttore artistico è Jean-Pierre Brossard, negli anni del suo lavoro diventa presidente Raimondo Rezzonico. Dal 1982 al1991 il Festival è nelle mani di David Streiff che da il via alle grandi retrospettive e offre una identità al Festival. Dopo di lui dal 1992 al 2000 Locarno è il Regno di Marco Müller che porta Locarno ai massimi livelli mondiali, con intelligenza, ma soprattutto con una chiara idea di festival capace di affrontare alla pari Cannes e Berlino e Venezia. Il suo posto viene preso da Irene Bignardi, un carattere completamente diverso da Müller, conoscenze e ambizioni altre, lei è una fine intellettuale e cerca un’altra idea di Festival, ma la macchina dfel suo predecessore era in moto, la signora Bignardi resta dal 2000 al 2005, il suo posto viene preso da Frédéric Maire, un cinefilo che cerca di mediare tra quello che resta dell’idea di Müller e il lascito di Irene Bignardi. Sono anni di grandi discussioni per il palazzo del Cinema, argomento che soffoca il festival. A riportare la centralità sui film e sull’identità di Locarno è olivier Père, ma questa è storia recente, anzi fino a novembre attuale.

 
Intervista a Olivier Père

E LOCARNO RESTA SENZA DIRETTORE
«Io lascerò, alla fine del mese di ottobre, le mie funzioni didirettore artistico del Festival del film di Locarno, per divenire, apartire dal 1 novembre 2012, il nuovo direttore generale d’Arte FranceCinéma, con l’incarico di seguire le coproduzioni cinematografiche edi acquisire i film per la società », Olivier Père affida al suo blogle spiegazioni del suo addio, dopo tre edizioni, a uno dei più grandiFestival cinematografici del mondo, a un Festival alla cui identità hacontribuito in maniera determinante, rilanciandolo, dopo un lungomomento di appannamento seguito, una decina d’anni fa, alle dimissionidi Marco Müller. Arrivando da una forte esperienza, come quella dellaQuinzaine di Cannes, Père si era posto il compito di dare nuova formae potenza a un Festival che diventato generalista non riusciva che acompilare stanchi palinsesti anno dopo anno e non per colpa didirettori pur bravi come la signora Irene Bignardi e Fréderick Maire,ma proprio per la mancanza di un’idea altra che il mostrare cinema,insufficiente anche per Cannes e Berlino, che da tempo hanno ovviatoal problema aprendo mercati internazionali e trovando identità diversenel proporsi, con grandi aperture ai giovani e alla città, perBerlino, e con un interesse più cinephile per Cannes. Fatti confermatidalla presenza di Thierry Frémaux, direttore del prestigioso IstitutoLumière di Lione, alla guida sulla Croisette, e di Dieter Kosslick ,che intende il cinema come promozione di cultura e economia, nellacapitale tedesca. Strade importanti sulla cui scia si è inserito, conoriginalità Olivier Père, lo ricordiamo al suo arrivo, il suo primoanno, il 2010, affrontato con coraggio portando nuova linfacinematografica al Festival. Un anno che per colpa di pochi, capacisolo di pensare con la pancia e sventolare una vuota bandiera alvento, viene ricordato per « L.A. Zombie » di Bruce LaBruce, quandosugli schermi si vedevano « Winter Vacation » di Li Honqqi ( Pardod’Oro) « Karamay » di Xu Xin, un film che parla della Cina e di noiumani come poche volte è stato fatto, e nello stesso anno si premiavaFrancesco Rosi, che quest’anno, due anni dopo, Venezia celebra. Il2011, lo scorso anno, quando gli chiedevammo di parlare del cinemasvizzero provocandolo con un : c’è molta Svizzera nel programma, unanecessità localista o una scoperta da spiegare? Lui con calmarispondeva quello che i suoi colleghi direttori non hanno il coraggiodi rispondere:  “È importante dare il giusto spazio al cinema svizzeronell’ambito del Festival di Locarno, non privilegiandolo in qualchemodo o riservandogli una sezione speciale, ma aprendogli le porte deidiversi concorsi insieme agli altri film provenienti da tutto ilmondo. Quest’anno avremo tre film d’autore svizzeri nel Concorsointernazionale, uno in quello dei Cineasti del Presente, diversidocumentari nelle sessioni speciali e nei fuori concorso, unosplendido film d’animazione e una sorprendente opera prima difantascienza in Piazza Grande. Abbiamo voluto mostrare la ricchezzadel cinema svizzero, più variegato e sorprendente che si possatalvolta immaginare”. Di più abbiamo cercato di portarlo a esprimersisu un tema importante :auanto è politico il programma di un Festivalche non chiude gli occhi alle realtà del mondo in cui viviamo? Eancora lui rispondeva“Siamo aperti a tutte le propostecinematografiche, quando sono belle, originali e intelligenti. IlFestival non è in sé  politico (è prima di tutto estetico, e ciòtalvolta coincide), ma deve essere capace di accogliere operecinematografiche, di finzione o documentaristiche, che offrono unosguardo critico, poetico, politico sul mondo, sulla società in cuiviviamo”, e qui venne contraddetto brutalmente dalla giuria guidata daPaulo Branco che non premia “Vol Special” di Fernand Melgar e ne nasceun altro caso, che convince tutti che a Locarno il cinema ormai sivive visceralmente. Olivier Père comprende di avere il Festival inmano, ha portato pubblico e critica a parlare di cinema. Il resto èstoria recente, di pochi giorni fa, anche se con queste dimissionitutto, forse, corre troppo velocemente agli archivi. Il Festival nonaveva bisogno che il lavoro del suo Direttore si chiudesse in untriennio, troppo bella e intrigante la trilogia festivaliera di Père.Ora lui, come Shane, uno degli eroi del suo cinema amato, compiuta lamissione se ne va, cavalcando solitario e ferito, lasciando quelli chepotevano diventare i lunghi affetti e il futuro. Per chi resta ilvuoto non solo e grande, ma  fa paura, troppo preciso è stato il suosegno, come un  Guardiola o un Mourinho, ha regalato un’indelebileimpronta al gioco del più importante festival svizzero, a uno deiprimi festival del mondo, chi andrà a sostituirlo avrà un compitodifficile: non perdere l’identità che ora Locarno ha forte emigliorare là dove il cammino di Père si stava completando: in PiazzaGrande. Buon lavoro per chi dal 1 novembre di quest’anno comincerà apensare a Locarno 66 e arrivederci e buona fortuna caro Direttore cheper tre anni hai acceso le luci di un grande festival

 
 
 
 
 
 
 
Intervista a Olivier Père

UN'EDIZIONE DEL FESTIVAL: RICCA, APERTA E GENEROSA
Incontriamo il Direttore Olivier Père la sera della prima: cosa ci dobbiamo aspettare da questo Locarno 65? Un’edizione ricca, aperta e generosa, ma che non rinuncia al suo carattere esigente nella scelta dei film e mira privilegiare la scoperta e i giovani registi. Il concorso vanta un buon livello artistico con opere che propongono nuove forme di narrazione e di regia. In Piazza Grande ci saranno grande spettacolo, emozioni cinematografiche e invitati prestigiosi che ogni sera saremo lieti di accogliere.  In un panorama mondiale di crisi, un Festival si può estraniare o in che modo lo vive? Un festival rispecchia necessariamente i film che presenta, ma anche il mondo in cui viviamo perché il cinema apre una finestra sul mondo. La crisi morale, politica ed economica che stiamo attraversando in Occidente è tangibile in numerosi film, spesso realizzati da giovani cineasti. Spicca una forte presenza di documentari a carattere politico, con prese di posizione molto nette su eventi recenti: guerre, elezioni, catastrofi ecologiche avvenute in ogni parte del mondo. Non c’è pericolo che una Piazza “forte” metta in ombra il Concorso? Penso che a livello mediale questo già si stia verificando anche in altri Festival, ma allora ha senso mettere in Concorso dei film che sono “secondi” agli eventi e quindi “nascosti”? Dovremmo quindi offrire una programmazione «debole» per la Piazza Grande per mettere in risalto il concorso? La tv e la stampa popolare dedicherebbero forse maggiore spazio agli ottimi film dei nuovi cineasti scoperti dal Festival se non invitassimo star o celebrità a Locarno? Non credo. Per molto tempo a Locarno è stato rimproverato di disprezzare la dimensione «glamour» del cinema, di non essere abbastanza mondano. Un paradosso quando si ha la fortuna di avere la sala cinematografica en plein air più bella e più grande al mondo, incorniciata da uno scenario magnifico. Il Festival di Locarno offre diverse sfaccettature, sale e sezioni. È nostro compito operare con rigore e ambizione, tenendo conto dei diversi tipi di pubblico. Locarno ha la fortuna di essere un festival cinefilo e popolare, artistico e democratico allo stesso tempo. Mai come in questi due anni il Festival ha accolto tante star e celebrità del cinema sul tappeto rosso della Piazza Grande, e mai come ora ha avuto un’eco internazionale tanto importante da fare il giro del mondo. Che cosa racconteranno i Cineasti del Presente, e come sono i Cineasti del Presente? È una sezione che incarna lo spirito di Locarno: il primato di mostrare film di registi sui quali puntiamo che si distinguono per l’originalità, l’indipendenza, e l’intelligenza dei loro lavori e che dimostrano di avere, già dal loro primo o secondo film, una personalità forte che noi desideriamo difendere e far conoscere. Spesso sono film ai confini della finzione e del documentario, del saggio e della ricostruzione romanzata, e infrangono le regole consolidate del cinema professionale, una tendenza contemporanea molto interessante che coinvolge tutto il mondo e che seguiamo con grande attenzione. Molti film sono permeati dall’angoscia, dal dubbio, da sentimenti profondi ma sono sempre animati da una grande energia e uno sguardo vivo, prerogativa per riconoscere un buon debutto cinematografico. Giunto alla tua terza edizione come si senti sulla poltrona di Locarno? Mi trovo bene e ho l’impressione, ancor più dell’anno scorso, di aver raggiunto la maggior parte degli obiettivi che mi ero prefissato. Perlomeno i più importanti ai miei occhi: essere utile ai film e ai registi che hanno sempre più bisogno di poter contare sul sostegno dei festival, attirare la curiosità dei media, regalare al pubblico piacere, emozione, ma anche offrire spunti per riflettere e ampliare la propria cultura cinematografica. Se dovesse indicare, a uno spettatore svogliato o semplicemente perso nel grande programma del Festival, cosa non perdere, qual è il suo consiglio? Se fossi uno spettatore del Festival, andrei a vedere i film del concorso che mi sembrano più interessanti e di cui ho sentito parlare bene, parteciperei agli incontri con i grandi nomi del cinema come Roger Avary, Arnon Milchan o Johnnie To e tutte le sere sarei in Piazza Grande per poter vedere con i miei occhi Alain Delon, Charlotte Rampling, LeosCarax e Kylie Minogue, Ornella Muti e Harry Belafonte, prima delle proiezioni di nuovi film in prima mondiale o internazionale o scoperti a Cannes come Sightseer di Ben Wheatley o Camille redouble di Noémie Lvovsky che adoro.

 
 
 
 
 
IMMAGINI DA PAESI DISASTRATI

Due film per la seconda giornata di concorso di questo 65° Festival di Locarno, lo svizzero “Image Problem” di Simon Baumann e Andreas Pfiffner e l'americano “Compliance” di Craig Zobel. Due film che, in modo diverso, affrontano i problemi del loro Paese, un problema complesso e irrisolto quello degli elvetici che cercano di dare un'immagine della Svizzera di oggi, riuscendo solamente a mostrare, in modo chiaro, la loro idea di una Svizzera tedesca über alles, e un problema che corre il rischio di essere contagioso, quello della trionfante imbecillità post televisiva, in simil “grande fratello”, come raccontato da “Reality” di Matteo Garrone, in “Compliance”. Cosa ci faccia in Concorso un film documentario come “Image Problem” è un mistero, la sua collocazione naturale sarebbe stata nella Semaine de la Critique, dove il metro di presentazione è altro da un concorso. Non tutti i documentaristi sono Michael Moore o il mai troppo compianto Chris Marker, pur con la loro buona volontà, Simon Baumann e Andreas Pfiffner faticano a raccontare, perdono spesdso il filo del loro dire, mancano di ritmo e di unità narrativa, ma, soprattutto, non riescono mai a uscire da un povero e trito cliché. Certo dicono che la Svizzera si è tenuta i soldi dei nazisti, che finanzia le guuerre, che accoglie nelle banche i soldi riciclati, che la Nestlè .... slogan, slogan mai sostenuti. Tutto resta in superficie, le interviste vere e quelle inventate, i paesaggi montani e le periferie delle città, c'è di tutto ma tutto è vuoto, quasi gli autori avessero avuto paura di dire a fondo. Peccato che un dociumentario serva a questo e ancor di più una docu-fiction. L'immagine che ne esce della Svizzera è quella di una terra dove si è dimenticato il cinema, sembra incredibile eppure è la stessa terra di Danilo Catti, di Villi Hermann, Richard Dindo, Paul Riniker, Peter Liechti, Alfredo Knuchel e Nicolas Wadimoff, di autori che sanno qual'è l'immagine della Svizzera e non si fermano alla superficie al facile gioco al provocare una risata, e come si puà ridere nel dire dell'immagine di un paese e del suo popolo? Peccato, ben più serio è l'impegno di Craig Zobel, produttore e regista indipendente giunto al suo quarto film con questo “Compliance” dedicato alla pratica dei prank caller, divenuta una vera ossessione negli stati uniti di oggi, dove pazzi maniaci approfittano della dabbenaggine delle persone per costringerle a comnpiere atti inconsulti. Un tempo quellas del prank caller era l'arte dei comici, famose erano le telefonate di Jerry Lewis a persone che non si asccorgevano di essere prese in giro, e famosa è la telefonata che un dj canadese fece alla Regina Elisabetta II spacciandosi per l'allora Primo Ministro Jean Chrétien, molti gli esempi, ma quello che sta succedendo oggi e che il film racconta, pone delle problematiche ben più profonde. Al centro della vicenda uno dei settanta casi simili fino a oggi denunciati, in un fast food arriva la telefonata di un sedicente ispettore di polizia che spiega alla gerente che una delle sue dipendenti, la più giovane e carina, ha rubato soldi a una cliente, le chiede di rinserrarla in una stanza, di perquisuirla di toglierle i vestiti, di umiliarla, e, nel corso del tempo di farla controllare da altri, soprattutto uomini, fino a ottenere, proprio, dal fidanzato della gerente, quello che voleva: la violenza sulla ragazza, poi la telefonata finisce, con una risata di saluto, dopo aver coinvolto più persone per ore. Quello che sorprende gli ispettori di polizia e il pubblico della sala è la credulità generale e la disposizione fatalistica della vittima. Il problema è nella falsa idea di realtà ormai intrisa nelle persone, anni di dosi massicce di televisione hanno tolto ogni potere di reazione, se tutto è lecito, tutto è possibile, anche che un finto poliziotto guidi uno stupro per telefono. Si resta sconvolti, più di fronte al fatalismo dei protagonisti che alla lucida crudeltà del maniaco. Ben condotto il film è claustrofobico e senza luce, come l'umanità che descrive. Brave le due protagoniste, la gerente Ann Dowd e la vittima Dreama Walker, i suoi occhi fissi nel vuoto dipingono la nostra disperazione di fronte a questa umanità.
Ugo Brusaporco

 
 
GRAN CINEMA IN PIAZZA GRANDE

Il primo fine settimana del Festival di Locarno si è aperto con una gran serata di cinema sotto le stelle, in Piazza Grande, grazie a una strana storia d’amore,”Ruby Sparks”, che riporta al mai sopito sogno umano del costruirsi un proprio automa per poterlo dominare come un dio. Protagonista della vicenda è un giovane scrittore di successo, Calvin (Paul Dano), diventato misogino e instabile mentalmente dopo la fine di una storia d'amore causata proprio dalla sua incapacità di relazionarsi con gli altri. Mentre scrive un nuovo romanzo, novello Dottor Coppélius, Calvin scopre che la ragazza che le sue pagine raccontano, la Ruby Sparks del titolo (una brava Zoe Kazan, che ha scritto e coprodotto il film), si è materializzata proprio in casa sua. Subito nè è spaventato, poi conquistato. Si innamora follemente di lei, si accorge di poterla dominare solo scrivendo qualche parola, la fa parlare improvvisamente in francese, la fa diventare una grande cuoca, la fa sorridere e piangere, ma, improvvisamente si accorge di essere geloso, di odiare la libertà che le concede nel romanzo e di cui lei approfitta. Come un antico dio irato scaglia i suoi fulmini su lei, la umilia svelandole la folle verità e lei disperata schiocca le dita, balla, le dice che lo ama, che lui è un genio, perchè è questa la parte che lui ha scritto per lei, senza tener conto che anche un sogno divenuto realtà può soffrire sotto il peso insopportabile del dolore di essere solo un sogno. È questo un momento di grande tensione, ben risolto drammaturgicamente da ValerieFaris e Jonathan Dayton, che a quattro mani dirigono il film. Sfinito e oppresso dal rimorso, Nicolas decide di liberarla, di concludere il romanzo con lei che trova una vita migliore e libera, sarà un successo editoriale e per lui il ritorno a una solitudine contaminata sollo dalla presenza del suo cagnolino e del suo psichiatra, poi, una mattina qualsiasi, passeggiando in un parco la incontra, forse non è Ruby, forse ma è proprio lei, solo non sa ... e per amare è meglio sempre non sapere tutto di chi si ama, nessuno è perfetto, applausi meritati per un film che racconta, bene, unas dstoria antica, quella di chi sogna l'amore motore della vita. Tra i protagonisti anche i divertiti e divertenti Antonio Banderas, Annette Bening e Elliot Gould. Sempre in Piazza, nella lunga serata lunghi applausi per “Magic Mike”, l'attesissimo nuovo film di Steven Soderbergh, nato sull'esperienza giovanile come spogliarellista di Channing Tatum, il protagonista del film. È lui il “Magic Mike” del titolo, è la stella di uno spettacolo per donne che abbiano superato i 21 anni, si da fare come spogliarellista di notte e di giorno fa il muratore sui tetti, tutto per artrivare al suo sogno, aprirsi una bottega da falegname, costruire con le sue mani mobili di vero legno, ma i soldi non gli bastano, e le banche non danno fido a uno che si sbatte per crearsi un lavoro, e poi uno spogliarellista-muratore non ha le credenziali e le conoscenze giuste. La sua vita cambia quando sul cantiere incontra un giovane scontroso, subito nominato The Kid (Alex Pettyferr), si prende cura di lui, lo porta a diventare una star dello spogliarello, ma il ragazzo di fronte ai soldi facili perde il senso della realtà, entra nelmondo dei trafficanti di droga e solo magic Mike proverà a salvarlo aiutato dalla sorella di lui di cui si è innamorato perchè puzza di quel pulito di cui ha bisogno. Soderbergh guida la danza con sicurezza, esagera nelle coreografie e si innamora dell'interpretazione istrionica di un intrattenibile Matthew McConaughey, chiamato a recitare il ruolo del focoso padrone del locale. Forse dovrebbe accorciare in montaggio qualche minuto, ma questo “Magic Mike” è uno spaccato impietoso di un mondo, quello degli Stati Uniti, dove tutto è lecito graze all'irreversibile impoverimento culturale e sociale che sta vivendo. Di certo lo sguardo di Soderbergh è impietoso nel dire dello spreco del sesso, del lavoro nero nei cantieri, degli adolescenti maschi incapaci di costruire un rapporto con le coetanee, della pochezza del linguaggio, meno che basico delle classi più povere, della facile diffusione della droga, del fallimento totale di un mondo legato al denaro. Quello che resta è il bisogno d'amore, il bisogno di costruire qualcosa con l'amore, un'illusione, forse, ma un'illusione permeata di speranza.
Ugo Brusaporco

 
 
 
 
 
Dall'Australia una storia tedesca

Lascia perplessi la faciloneria con cui l'australiana Cate Shortland affronta nel suo secondo lungometraggio: “Lore”, su una storia europea dai confini ancora pericolosamente fragili qual'è quella che dell'antisemitismo, del nazismo e della Germania della seconda guerra mondiale. Parliamo di “facililoneria” per non adombrare un pericolo più grande, quello del revisionismo. Il film poteva infatti intitolarsi “Anche i nazisti hanno pianto” raccontando di una ricca famiglia nazista, che alla fine della guerra, piangendo la morte di Hitler, deve lasciare la ricca casa dove vive per fuggire lontano dalle mani degli alleati. Il padre infatti è un ufficiale responsabile dei campi di sterminio, la moglie una nobile convinta della purezza della razza i figli, a parte un neonato abituatio a cantare le lodi al dittatore. L'uomo fa in tempo a bruciare tutti i documenti che lo accusano ma viene lo stesso catturato e ucciso, la donna fa la stessa fine, i bambini guidati dalla più grande delle sorelle incominciano un viaggio nella campagna germanica attraversata dai profughi, ad aiutarli sarà un ebreo che ha perso la moglie in un campo di sterminio. Tutto troppo didascalico, televisivo e fastidiosamente buonista, la regista è incapace di dare forza ai sentimenti, viaggia in superficie e per questo confeziona un prodotto che si presta facilmente a essere manipolato dal rinascente nazismo europeo. Anche perchè l'unico a commettere un omicidio nel film è proprio il generoso ebreo. Peccato.
Ugo Brusaporco

 
 
Charlotte Rampling - Attrice

Abbiamo incontrato, in un'affollata sala stampa, la grande Charlotte Ramplig. Nata il 5 Febbraio del 1946 a Sturmer in Inghilterra, diventata presto attrice cult, lei è da sempre grande frequentatrice di Festival, prima di Locarno l'avevamo, infatti, incrociata quest'anno a Berlino e a Cannes. La grande attrice, alla cui splendida carriera manca proprio un grande premio festivaliero, vuoto che l'Excellence Award Moet&Chandon, che qui le è stato consegnato, di certo non riempie, è una persona di grande sensibilità e disponibilità. Dipinta con “occhi grigi e taglienti come una lastra di ghiaccio” nasconde, dietro quel volto che la rende parente a Lauren Bacall, uno spirito intenso e una determinazione unica. “Io sono quella che sono, diventa ovvio essere anche quello che divento quando recito, d'altra parte ognuno di noi prova a adattare quello che è in ogni situazione, Sinceramente non so bene come si sviluppi precisamente la mia idea di recitazione, ma posso dire che costruisco il personaggio come se fosse un sogno. Il personaggio diventa me e allo stesso tempo io non sono proprio come lui”, così spiega il suo essere attrice, ma a questo aggiunge: “Su tutto alita la mia vita interiore, è capitale. Bisogna credere che c'è qualcosa di spirituale nel mondo in cui viviamo, anche nell'essere attore, nel diventare altro. Sono io che scelgo di recitare un carattere, non è lui che sceglie me. Bisogna credere”.Non dice che la morte l'angoscia perché ti separa da chi ami.Non dice: mia sorella Sarah si è suicidata a 24 anni. Non dice che quando ha girato Sotto la sabbia di Ozon, ha ritrovato quel terribile smarrimento. Sono cose che ha già detto e ridetto in centinaia di interviste uguali a cui lei risponde con la vita. Si è fatta ritrarre nuda a 65 anni, senza neppure un tocco di trucco, e qui si presnta con i suoi capelli grigi, colorati dal tempo: “Esistono varie età della vita, e non è detto che le prime siano le migliori. Anche la bellezza cambia con il tempo, non bisogna dimenticarlo, si può essere attraenti a qualsiasi età. Mi ricordo Visconti, Luchino, quando mi chiamò per La caduta degli dei, io avevo vent'anni e dovevo essere una donna con figli ben più vecchia. Non sapevo come fare, lui mi spiegò che quello che conta per un attore è quello che ha dietro gli occhi, dove si nasconde qualsiasi età”. Angelina Maccarone ha girato un documentario su di lei: “Charlotte Rampling: The Look”, ma nessun documentario vale l'espressione del suo volto, il variare del suo dire, la confidenza del non rispondere, perchè certe cose sono troppo lunghe per parlarne in pochi minuti. Si diceva ancora di Visconti e di un mondo che moriva con lui e di Lars Von Trier e del mondo che finisce in “Melancholia”. Sarà per un'altra volta, per un altro Festival, magari con un premio, per i prossimi film, uno lo ha girato in italiano “Tutto parla di te” di Alina Marazzi, ora è sul set con Bille August. Senza sosta.

 
 
 
 
 
ELSA DA BAMBINA A SIGNORA, SEMPRE CON CLASSE

Abbiamo incontrato Elsa Martinelli, top model capace di far scendere dal letto John F. Kennedy per correre, in vestaglia, a salutarla alle sette di mattina, attrice che si permette di rifiutare “Un uomo e una donna” di Lelouch, perchè lui si presenta in modo poco consono ed è incapace di raccontare bene la storia che vuol portare sullo schermo. Ha appena affrontato l'enorme pubblico della piazza di Locarno, dove è stato presentato il restaurato “La risaia”, film del 1956 remake di “Riso amaro” che la costrinse a confrontarsi con Silvana Mangano. “La mia carriera è nata da incontri fortunati, come quella di gina Lollobrigida, era molto piu' facile avere un marito produttore come la Loren e la Schiaffino, o accontentarsi di fare l'impiegata come Claudia Cardinale, che ha avuto una carriera straordinaria ma sempre controllata da un contratto”. Il primo incontro fortunato fu con Roberto Cappucci, cosa ricorda? “Avevo 15 anni, Roberto 22 o 23, eravamo molto amici, a casa lui aveva tanti disegni di moda, delle creazioni che mi piacevano, nessuno di noi due era famoso. Decidemmo che lui mi avrebbe vestito con i suoi modelli unici, che poi io esibivo nelle strade e nei caffè romani. Non c'erano fotografi in giro, ma la gente vedeva”. Era l'inizio di una grande stagione per la moda italiana. “Si c'erano le sorelle Fontana, Schubert, ma Cappucci aveva uno stile diverso e sceglieva chi vestire, era diventata una leggenda il fatto che lui si nascondesse dietro una tenda verde per giudicare le clienti e molte erano quelle rifiutate, con la disperazione della sorella che gli ricordava che bisognava pur mangiare”. Fu lui la mia fortuna, finì per fare la fotomodella e apparire sulle grandi riviste americane, Bazaar, tre copertine di Life, fotografata dai più grandi compreso Benton, e a una cena a New York mi avvicina Anne, la moglie di Kirk Douglas, e mi invita al tavolo del marito che aveva visto le mie fotografie, per offrirmi una parte in The Indian Fighter, che naturalmente accettai”. Un'altra volta il grande Gary Cooper bevve dello champagne dalla sua scarpa davanti alla moglie, “Si, era in uno di quei famosi cocktail del sabato sera, che coinvolgevano tutta la gente del cinema, era l'unica sera concessa ai bagordi, già la domenica sera si andava a letto alle sette per alzarsi la mattina alle sei. Quella volta, mi ricordo, stavo preparando da mangiare, sono un ottimo chef, mentre gli altri beveveno negroni a go go, finito di preparare mi sono accorto che tutti erano cotti, fû così che Gary si ritrovò a bere dalla mia scarpa”. Nessuna delle mogli di questi grandi personaggi era gelosa di lei? “Ho capito subito che bisognava ascoltare le donne, stare dalla loro parte, sarebbe stato difficile altrimenti, c'era rispetto e non c'era il ruolo dell'amante, non era compreso, bastava divorziare, è dove non esiste il divorzio che pullulano le amanti” In tanti anni lei ha collezionato molti ricordi e meno fotografie, le appartengono i ricordi di Cappucci, di Cocò Chanel che fa a pugni sul ring con Rubirose, i ricordi della Roma di notte prima che si chiamasse “dolce vita”, ma sono meglio i ricordi o le foto? “Meglio i ricordi, quelli li posso dare, le foto le terrei strette per me”.

Ugo Brusaporco

 
MARYLIN MONROE DA LOS ANGELES ALLE STELLE

Ci sono paesi che hanno il Colosseo, altri la Torre Eiffel, altri ancora la Grande Muraglia, ma un solo Paese al mondo affida ai sogni cinematografici la sua Storia come gli Stati Uniti. E non importa che i divi più amati, Rodolfo Valentino e Greta Garbo, fossero emigranti, a loro è stata lasciata la Storia del Cinema, ma quella del Paese non poteva che essere segnata da un culto maledetto qual’ è quello di Marilyn Monroe. Basta leggere le lunghe pagine del sito Bibbia del cinema, imdb.com, per capire quanto sia importante, lei Norma Jeane Mortenson, che qualcuno chiamò anche “The Blonde Bombshell” o semplicemente “MM”, iniziali nude, come nudo il suo corpo poteva vestirsi solo con qualche goccia di Chanel N.5. Era alta un metro e sessantasei, era nata a Los Angeles il 1 giugno del 1926, e lì tornò a morire, per un’overdose, forse voluta, il 5 agosto del 1962. Pochi mesi prima, sul set di quel film maledetto e maledettamente bello che è “The Misfist” di John Huston, un dottore seguiva lei e Mongomery Clift, ventiquattro ore al giorno, per i loro problemi di droga e di alcool, il terzo del cast, il mito Clark Gable, recitava sapendo di morire di cancro. Marilyn non poteva avere compagnia migliore per chiudere una veloce carriera cinematografica che l’avrebbe comunque consegnata alla leggenda. Quando morì Pier Paolo Pasolini le dedicò una poesia che inizia con questi versi: “Del mondo antico e del mondo futuro/era rimasta solo la bellezza, e tu,/ povera sorellina minore, /quella che corre dietro i fratelli più grandi,/ e ride e piange con loro, per imitarli,/ tu sorellina più piccola,/ quella bellezza l'avevi addosso umilmente,/ e la tua anima di figlia di piccola gente,/ non ha mai saputo di averla,/ perché altrimenti non sarebbe stata bellezza”.Solo i poeti sanno raccontare quello che è la vita, e Marilyn Monroe, che la poesia conosceva e che aveva studiato, DostoevskjTolstoj, Whitman e Milton, e che amava ascoltare Beethoven, ebbene la poesia amava anche scriverla e nei suoi versi si racconta meglio che nei film. Come non “vederla”, non “sentirla” quando scrive: “Quel che ho dentro nessuno lo vede / ho pensieri bellissimi che pesano / come una lapide. / Vi supplico, fatemi parlare!”. Dopo un’infanzia difficile, a nove anni lavorava in cucina in un orfanatrofio, e già conosceva la violenza degli uomini, lo stesso, trovò la forza di cercare un futuro, di studiare da attrice e la letteratura Nel 1948 la 20th Century Fox la mise sotto contratto e dopo anni di gavetta la impose come sex symbol sulla copertina di PlayBoy nel 1953 e nello stesso anno gira “Niagara” e “Gli uomini preferiscono le bionde”. Dopo “Quando la moglie è in vacanza” (1955), lei ritornò a studiare a New York, da Lee Strasberg, all’Actors Studio. Girò “Fermata d’autobus” nel 1956 e l’anno dopo fu al fianco di Laurence Olivier in “Il principe e la ballerina”. Nel frattempo veveva sposato, dopo il primo marito, il grande giocatore di baseball Joe di Maggio e poi il drammaturgo Arthur Miller, altre storie la legarono a grandi personaggi dell’epoca: “La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,/richiesta dal mondo futuro, posseduta/ dal mondo presente, divenne un male mortale. / Ora i fratelli maggiori, finalmente, si voltano,/ smettono per un momento i loro maledetti giochi,/ escono dalla loro inesorabile distrazione,/ e si chiedono: "E' possibile che Marilyn,/ la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?"/ Ora sei tu,/ quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,/ sei la prima oltre le porte del mondo / abbandonato al suo destino di morte.”. Così chiudeva Pasolini la poesia a lei dedicata, ma sono ancora i versi di Marilyn a dire di più: “Trentacinque anni vissuti con un corpo estraneo / trentacinque anni / con i capelli tinti / trentacinque anni /con un fantoccio. /Ma io non sono Marylin / io sono Norma Jean Baker / perché la mia anima / vi fa orrore /come gli occhi delle rane /sull' orlo dei fossi?”. Cinquant’anni fa moriva un’attrice, una poetessa, una cantante, una donna.
Ugo Brusaporco

 
 
 
 
A Locarno Otto Preminger 5 buoni motivi per seguire una retrospettiva

Una retrospettiva dedicata a Otto Preminger, un omaggio a Johnnie To, il ritrovare il Sergio Leone di “C’era una volta in America”, chiediamo a Olivier Père quanto sono importanti i maestri per il cinema di oggi? Lui ci risponde: "Abbiamo voluto, nel pieno rispetto della tradizione del Festival di Locarno, raccontare la storia del cinema del passato, del presente e forse del futuro. Nel festival convivono in modo sano i film delle retrospettive (quest’anno dedicata a Otto Preminger), i numerosi omaggi che abbiamo voluto dedicare ad attori, produttori, registi e artisti che ammiriamo e le opere più recenti e nuove, tra cui numerose opere prime. Un connubio che consente di vedere i nuovi film nella prospettiva della storia del cinema e offrire uno sguardo nuovo e attuale sui classici del passato che sono sempre da rivedere e riscoprire. Abbiamo inoltre voluto invitare cineasti il cui lavoro è fonte di ispirazione o oggetto di culto per le nuove generazioni di cinefili o di registi: ieri JiaZhangke e Abel Ferrara, oggi Leos Carax, probabilmente una delle figure più emblematiche di un cinema poetico, universale, visionario e incorruttibile” Una scelta importante quella del Direttore, un buon motivo per seguire la grande retrospettiva dedicata a Otto Preminger, e subito viene alla mente un secondo motivo per seguire questa retrospettiva. È del 1960 uno dei grandi film di successo di Otto Preminger: “ Exodus”, tratto dal libro di Leon Uris che raccontava la nascita dello Stato di Israele, ebbene Preminger, di origine ebrea, suo padre era avvocato e lui avrebbe seguito le sue orme se non fosse stato attratto dal teatro, pretese che a sceneggiare il film fosse Dalton Trumbo. Una decisione che contribuì a riportare il grande scrittore e regista finito nella lista nera della caccia ai comunisti voluta dal governo americano e accolta senza remore dall’industria hollywoodiana. Preminger mostrò chiaramente con questa azione la sua indipendenza e il suo coraggio intellettuale, un buon motivo per scoprire i suoi film. Un terzo motivo è scoprire il suo completo amore per lo spettacolo, che lo porta a sessantun anni a recitare la parte di Mr. Freeze nel Batman telelevisivo, e che nel 1957 lo conduce a far inorridire cast e crew sul set di “Saint Joan” impauriti dal rogo in cui stava bruciando Jean Seberg che interpretava il ruolo di Giovanna, o che lo spinge a insistere che Robert Mitchum schiaffeggi con vera forza Jean Simmons in “Angel Face”. Non sono che episodi di una voglia di spettacolo che fanno un unicum di questo austriaco, nato il 5 dicembre 1905 come Otto Ludwig Preminger, suddito di un grande impero e che dopo un paio di film in una patria sconfitta sbarca a Hollywood per indicare una nuova via al cinema americano. Il quarto motivo è scoprire perché lui non volesse Marilyn Monroe e come lei non volesse recitare con lui in “River of No Return”, anche se è facile pensando che Preminger pretendesse che gli attori recitassero senza controfigure e che a un certo punto Marilyn fu salvata miracolosamente dalle acque in cui era caduta. Era il suo rapporto con la scena, gli attori dovevano solo fare il loro lavoro. Chissà cosa pensò quando Robert Mitchum fu arrestato per droga durante la preparazione del film., o se gli servì per pensare a “L’uomo col braccio d’oro”, solo che Mitchum non era Frank Sinatra. Un quinto motivo è scoprire un grande regista capace di passare dalla commedia al dramma sociale e politico, capace di raccontare storie di potenti e di umili, di affrontare testi musicali importanti e romanzi moderni, di viaggiare tra le culture di Europa e America, mostrandone le profonde differenze e il non comune destino. Scoprire il grande cinema di Otto Preminger è una grande lezione da non perdere perché è, sempre, insieme un inquietante sguardo sulla realtà, basti l’esempio di “Advise & Consent” (Tempesta su Washington) del 1962, cinquant’anni dopo negli States si vota ancora così. Il grande cinema manda messaggi è la società che resta sorda, vediamo se succede lo stesso a Locarno.
Ugo Brusaporco

 
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